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L'uomo è colpevole di esistere?

  • Immagine del redattore: Mauro Longoni
    Mauro Longoni
  • 13 ore fa
  • Tempo di lettura: 9 min
Person in a dark hoodie holding a white mask to their face, staring intensely. Dimly lit background, creating a mysterious mood.

Siamo in un mondo dove le parti sono divise da una voragine enorme. Le donne si sentono così minacciate e insicure da arrivare ad attaccare l’uomo per ogni minima cosa; l’uomo, dall’altra parte, si allontana sempre di più, cercando di evitare in qualunque modo di vedere la propria vita rovinata da un’accusa di violenza basata sul nulla.


È una verità che traspare dai fatti di tutti i giorni: gli uomini sono presi di mira, non per il loro operato, ma per la loro semplice esistenza. Non importa chi tu sia o cosa faccia: sarai sempre colpevole, semplicemente perché sei un uomo. Siamo diventati l’essenza del male, la personificazione di tutto ciò che di sbagliato, corrotto e malvagio esiste sulla Terra. Secondo la retorica corrente, se la parte maschile del mondo sparisse, questo pianeta si trasformerebbe magicamente in un paradiso terrestre privo di problemi.

Ma è davvero così? L'uomo è colpevole di esistere?


Oggi voglio scorrere punto per punto tutte le "colpe" di cui l’uomo viene accusato, per analizzare con freddezza quanta verità — o quanta stupidità — si nasconda dietro questa narrazione.


L'uomo è colpevole di esistere?


Cultura dello stupro.


La prima grande e pesantissima accusa che grava sull'universo maschile è quella della cosiddetta "cultura dello stupro". Un termine forte, usato per descrivere un ambiente che l'uomo creerebbe sistematicamente per normalizzare la violenza sessuale o giustificarla attraverso pregiudizi culturali (il cosiddetto victim blaming). In pratica, si accusa l'uomo di generare un'atmosfera tossica volta a ottenere il controllo totale sul corpo della donna, lasciandola priva di difese.

Ma io mi chiedo: in quale universo vive chi lancia queste accuse? Dove sarebbe, nel concreto, questa "cultura" nel nostro mondo occidentale? La verità è che viviamo in una società che, giustamente, punisce e isola certi comportamenti, non che li normalizza. Siamo arrivati a un livello di protezione femminile tale che spesso basta un semplice ed innocuo incrocio di sguardi per far scattare l'accusa di molestie. La domand sorge spontanea: come anche si può pensare che un uomo possa stuprare una donna, se non possiamo nemmeno avvicinarci? Figuriamoci creare una cultura, che richiede una ripetizione sistematica di tale gesto.


La cosa che trovo più inaccettabile è la generalizzazione selvaggia. Solo perché esistono individui che sono dei "maiali" senza freni, si pretende che l’intera popolazione maschile debba sentirsi colpevole. È un errore logico imbarazzante: è come dire "Io calcio con il sinistro, Maradona calciava con il sinistro, quindi io sono Maradona". Non ha alcun senso.

Esistono casi di stupro nel mondo? Sì, purtroppo esistono, e non sono certo qui a negarlo. Ma sostenere che TUTTI gli uomini siano potenziali stupratori solo perché alcuni criminali commettono reati immondi è pura follia. Mi sembra il classico pretesto ideologico usato per alimentare un conflitto che, evidentemente, qualcuno ha tutto l’interesse a far scattare e tenere acceso.


Femminicidio.


Passiamo al tema del Femminicidio. Il concetto, secondo la cronaca odierna, è chiaro: un uomo uccide SEMPRE una donna per gelosia, possesso o follia. Ma fermiamoci un istante a riflettere: il femminicidio è un problema? Certamente sì, ma non come "crimine esclusivo contro le donne". Il femminicidio non è una pratica che OGNI UOMO perpetra, quindi non è quella piaga sociale che il mondo vuole vendere. Inoltre il femminicidio è, prima di tutto, un omicidio e come tale dovrebbe essere trattato.


Il fatto che la vittima sia una donna non rende l'atto intrinsecamente più grave di quanto non lo sarebbe se la vittima fosse un uomo. Se accettassimo questa logica, staremmo implicitamente affermando che la vita di una donna vale più di quella di un uomo. Questo, a casa mia, si chiama discriminazione: è l'esatto opposto di quella "cultura inclusiva" di cui tutti si riempiono la bocca. Inclusività significa trattare ogni vita con lo stesso, identico rispetto e applicare la giustizia con lo stesso peso.

Togliere la vita a un altro essere umano è un crimine ignobile, contro natura e, per chi crede, contro ogni principio religioso. Di fronte alla morte, non ci sono generi: uomini e donne sono uguali. Creare una "corsia preferenziale" per la gravità di un delitto basandosi sul sesso della vittima non è giustizia, è una forzatura ideologica che divide invece di proteggere.


Molestie.


Qui entriamo in un terreno estremamente scivoloso. Il concetto di molestia e catcalling mi fa riflettere, non tanto per la gravità dell'atto in sé, quanto per la deriva che sta prendendo l'accusa.

In teoria, parliamo del disagio causato da commenti non richiesti o approcci insistenti negli spazi pubblici. Sono erstremamente contento che l’attenzione a questi dettagli sociali sia alta e questi atteggiamenti sbagliati siano presi sul serio e trattati con la serietà che meritano. È un dato di fatto che molte donne abbiano subito molestie reali: il mondo del lavoro ne è l'esempio perfetto, con battute a sfondo sessuale o contatti inappropriati da parte di colleghi o superiori maschi che abusano del proprio potere. Allo stesso modo, sentirsi braccate sui mezzi pubblici o per strada è un problema concreto, quotidiano, che colpisce ancora moltissime donne. Per fortuna esistono leggi per proteggere le donne da tutto questo, ed è giusto che ci siano.


Il problema sorge quando la legge smette di essere uno scudo per la difesa e diventa un’arma per l’offesa. Oggi la "molestia" rischia di diventare una questione puramente soggettiva, basata sulla preferenza estetica. Se un uomo approccia una donna in modo deciso e "virile" ed è considerato bello e la donna si sente attratta, allora l'approccio è passionale e intraprendente. Se lo stesso identico approccio viene da un uomo che lei considera brutto o non in linea con i suoi gusti, ecco che scatta nella mente della donna l'allarme molestia, pronto a scattare in qualunque momento.

La giustizia, però, non può basarsi sulle "vibes" del momento: deve basarsi sui fatti. Se un comportamento è reato, lo è a prescindere da chi lo compie. Se non fosse reato, non può diventarlo solo perché l'interlocutore non è gradito.


La cosa paradossale? Questa soggettività folle si sta ritorcendo contro le donne stesse. Troppi uomini oggi vivono nel terrore di un'accusa solo per aver tentato un approccio garbato. Di conseguenza, stanno sulle loro nei locali o rimangono a casa. Molte si lamentano che gli uomini non si avvicinano più nei locali, che nessuno "fa più la prima mossa". Il motivo è semplice: l'uomo ha capito che non importa quanto sarà educato; se non "matcha" istantaneamente i desideri della donna, rischia la gogna sociale o una denuncia. E nel dubbio, l'uomo preferisce il silenzio.


Gaslighting.


Infine, arriviamo al Gaslighting. Ammetto che fino a poco tempo fa non conoscevo nemmeno questo termine, ma una volta capito il concetto, sono rimasto basito dall'incoerenza della narrazione attuale. Leggete bene, perché rasentiamo il paradossale: il gaslighting viene descritto come una forma di manipolazione psicologica tipicamente maschile, volta a far dubitare la donna della propria percezione della realtà o della propria salute mentale. In breve: l'uomo sarebbe un manipolatore così esperto da riuscire ad annullare la volontà di una donna, convincendola di essere pazza.


Questa mi giunge nuova. Non solo saremmo stupratori seriali e molestatori per natura, ma ora saremmo anche dei raffinati architetti della psiche capaci di riscrivere la realtà altrui. Eppure, se guardiamo alla vita quotidiana, la realtà è spesso l'esatto opposto.

Sempre più spesso sono le donne a esercitare forme di controllo psicologico asfissianti: pensiamo a chi obbliga il partner a rinunciare alle proprie amicizie in nome di una "venerazione" assoluta della donna, a chi usa frasi subdole per modellarne l'estetica o a chi tiene le redini finanziarie della coppia con pugno di ferro. E che dire delle separazioni? È un dato di fatto che esistano madri che usano i figli come arma, indottrinandoli all'odio verso il padre e impedendo ogni contatto.


Tutto questo, però, non viene chiamato gaslighting. Questo viene chiamato "amore passionale e sintomo di una donna forte!" Se l'uomo applicasse anche solo un decimo del controllo psicologico che molte donne mettono in atto quotidianamente, metà della popolazione maschile finirebbe dritta in prigione. Pensate che non sia la stessa cosa? Anche il cambiare lo stile di vita di un uomo significa cambiare la realtà di una persona ed isolarla dal mondo è alterare la sua percezione. È ora di ammettere che la manipolazione non ha genere: chiamare "vittima" una parte e "aguzzino" l'altra a prescindere dai fatti non è analisi sociale, è pura propaganda ideologica.


Doppia presenza.


Un'altra accusa ricorrente è quella della doppia presenza: l'idea che, nonostante l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, la gestione della casa e dei figli ricada ancora sproporzionatamente su di loro. Su questo punto, le donne hanno quasi ragione. Tutto, però, dipende dalla dinamica della coppia.


Se entrambi lavorano lo stesso numero di ore e lui, una volta a casa, non muove un dito mentre lei si occupa di tutto, la critica è sacrosanta: entrambi contribuiscono al reddito allo stesso modo, entrambi devono contribuire alle faccende domestiche allo stesso modo. Ma qui sorge il mio dubbio: i numeri dicono che, spesso, le donne lavorano meno ore degli uomini. È logico, quindi, che chi trascorre più tempo tra le mura domestiche debba occuparsi di più delle faccende domestiche. Se lei guadagna meno ma ha più tempo libero, è equo che contribuisca maggiormente al benessere casalingo. Qualcuno obietterà: "Ma una donna ha diritto alla propria sfera personale!". Certo, ma la casa non si pulisce ogni singolo giorno. In una settimana di cinque giorni, se ne dedica uno alle pulizie e gli altri quattro restano per se stesse, più i fine settimana. Mi sembra abbastanza tempo, considerando che il proprio uomo lavora tutto il giorno.

Non franitendetemi. La regola è reciproca: se fosse l'uomo a stare a casa, il compito (e il tempo libero per se stess) spetterebbe a lui. Punto.


Poi arriviamo al lato quasi comico della faccenda. Ci sono donne che, dopo il matrimonio o la convivenza, sebbene possano lavorare, scelgano deliberatamente di non lavorare perché il partner guadagna abbastanza per entrambi. In questo caso, la divisione dei compiti è elementare: lui si spacca la schiena fuori per portare i soldi, lei si occupa della gestione della casa e dei figli. È un patto di mutuo soccorso per il benessere della coppia: uno si occupa delle finanze, l'altro della gestione.

Il problema è che spesso questo patto non viene rispettato. Molte usano il tempo a disposizione esclusivamente per se stesse, rifiutandosi di cucinare o pulire con la scusa: "Sono una donna libera e indipendente, non mi abbasso a servire un uomo!". Capite il paradosso? Scegliere di farsi mantenere, gridare allo stesso tempoi l'indipendenza CHE NON ESISTE, per poi pretendere di vivere da single all'interno della relazione non è giusto. E il colmo arriva se l'uomo osa protestare: in un attimo viene etichettato come misogino, umiliato sui social o, nel peggiore dei casi, denunciato per violenza domestica solo perché ha chiesto il rispetto di un accordo equo.


Concetto sociale.


Arriviamo infine a quello che è forse il problema più grande: la percezione sociale dell’uomo. Oggi veniamo descritti come esseri brutali, aggressivi e ossessionati dal comando attraverso la narrativa della cosiddetta "mascolinità tossica", che sosterrebbe come questo modello danneggi la libertà espressiva maschile reprimendone la vulnerabilità. Questa è l'accusa più assurda di tutte e, lasciatemelo dire, fa quasi ridere.

La verità è che la società — e le donne in primis — chiede all'uomo di essere colui che risolve i problemi. Una donna vuole un uomo deciso, capace di prendere in mano la situazione nelle difficoltà e di risolvere quei problemi che, spesso, lei stessa ha ingigantito partendo da minuzie. È chiaro che l'uomo debba assumere una posizione di comando per riportare l'ordine, perché chi ha generato il caos non può essere lo stesso a risolverlo. Lo chiedono le donne stesse, ma poi lo usano come un'accusa di prepotenza.


Sulla "vulnerabilità emotiva", poi, bisognerebbe stendere un velo pietoso. Se gli uomini non mostrano le proprie emozioni è prima di tutto perché l'uomo emotivo spaventa. Molte donne pretendono che il partner sia un robot privo di sentimenti, poiché un uomo vulnerabile viene percepito come instabile e difficile da gestire. Spesso la donna cerca il "dramma", ma vuole essere lei a provocarlo e ad averne il controllo, rivendicando l'esclusiva sull'emotività mentre l'uomo deve restare il pilastro che sostiene l'essere "debole". Lo vediamo costantemente: se un uomo mostra debolezza o piange, lei si spaventa e scappa verso chi può ridarle quella sicurezza che ha visto sgretolarsi.


A questo si aggiunge il vero capolavoro dei tempi moderni: l'emozione usata come arma. L'uomo non si apre perché non gli è concesso dalle stesse persone che lo chiedono a gran voce. Quando, per puro miracolo, lui decide di aprirsi e lei apparentemente lo accoglie, è come consegnarle una pistola carica puntata alla propria tempia. Ogni volta che un uomo prova a essere vulnerabile, quel grilletto viene premuto, quella fragilità gli viene rinfacciata sistematicamente alla prima discussione, usata solo per vincere. La conseguenza è la chiusura emotiva TOTALE del proprio uomo, perché si sente ferito da colei che avrebbe dovuto proteggerlo, sentendosi in colpa o ridicolizzato. In questo contesto, pretendere che un uomo sia emotivo è pura ipocrisia; non siamo noi a essere "chiusi", è il sistema di ritorsioni che ci circonda a imporci di restare la roccia che tutti esigono, salvo poi lamentarsi che la roccia non ha un cuore di carne.


Piccole riflessioni.


In conclusione, è ora di smetterla di recitare questo copione dove l'uomo è il cattivo per antonomasia e la donna l'eterna vittima di un sistema architettato a tavolino. Se scaviamo sotto la superficie delle etichette moderne — dai "soffitti di cristallo" alla "mascolinità tossica" — quello che resta sono solo dinamiche umane vecchie come il mondo: fatica, compromessi, scelte personali e, purtroppo, tanta ipocrisia.

Abbiamo trasformato il merito in discriminazione, la protezione in oppressione e la biologia in una colpa. Ma la realtà non si cancella con un post sui social o con una nuova parola inglese: il mondo non va avanti per retorica, va avanti perché c'è qualcuno che si assume la responsabilità di farlo girare, spesso nel silenzio e sotto una pioggia di accuse infondate.


Se vogliamo davvero parlare di uguaglianza, iniziamo a guardare i fatti e non le "vibes". Iniziamo a pretendere responsabilità da tutti, senza sconti di genere. Perché un mondo senza uomini non sarebbe un paradiso terrestre, sarebbe semplicemente un mondo fermo. È tempo di smettere di puntare il dito e ricominciare a riconoscerci per quello che siamo: esseri umani, con pregi e difetti, ma stanchi di essere il capro espiatorio di un’epoca che ha smarrito il senso della realtà.


M.

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