Immigrazione: Il male necessario!
- Mauro Longoni
- 29 apr
- Tempo di lettura: 13 min

Agosto 2013. Lasciavo l'Italia con una valigia e nessuna certezza, per andare a vivere in Germania. Forse la scelta più difficile della mia vita. Ancora oggi non so se ho fatto bene, oppure no! Ma come mai sono passato dall'abitare nel paese potenzialmente più bello del mondo al paese del Wurst e del sandalo con il calzino bianco? Cerco di farla breve.
Da quando la crisi immobiliare ha colpito gli Stati Uniti nel 2008, con il fallimento di Lehman Brothers, l'economia italiana, che già di per sé non era poi così in forma, ha subito un brutto colpo, forse ha subito la classica "Fatality" degna di Mortal Kombat. Migliaia di posti di lavoro si sono persi, le aziende non assumevano per paura o per mancanza di sicurezza e nessuno dava un'opportunità a nessuno.
Avevo 16 anni al tempo e la mia vita era semplice. Andavo ancora a scuola e vivevo i miei drammi adolescenziali. La cronaca era qualcosa che percepivo come lontana, ma era anche naturale: a 16 anni non dovevo pagare le tasse ed avevo altri problemi più pressanti, come cercare di limonare la ragazza che mi piaceva. Quella crisi ha colpito più i miei genitori che me, dato che mio padre era in pensione e vivevamo solo di quell'entrata. Guardando i telegiornali, pensavo che prima del mio diploma le cose si sarebbero sistemate. Spoiler: avevo torto!
Guardando indietro a quel periodo, la situazione economica era grave, si dovevano fare riforme anche molto radicali, ma nessuno ha mai premuto quel grilletto. Fra il 2008 e il 2011, ogni governo, che si susseguiva ogni sei mesi, era più preoccupato dei sondaggi che del lavoro da fare. Mentre l'Europa usciva lentamente da una situazione di crisi nera, tornando a crescere, l'Italia è rimasta al palo, soffrendo più di quanto avrebbe dovuto soffrire.
Nel luglio del 2011 mi diplomo. Il voto non era altissimo, ma nemmeno orribile. Diciamo che il mio risultato finale era paragonabile a quella squadra di calcio di metà classifica che si salva tranquillamente, ma non può aspirare a giocare in ambiti internazionali o vincere qualcosa a livello nazionale. Non sarebbe stato un problema, se l'Italia fosse stata un paese con un'economia sana. Peccato che era il 2008 da tre anni: i giovani (come il sottoscritto) erano a casa e le aziende assumevano poco e solo i migliori. Gente come me era condannata a non trovare nulla di buono. L'unica cosa che trovai fu in primavera del 2012 un praticantato di diciotto mesi a 500 euro al mese per 40 ore settimanali. Come ho detto, niente di buono. Fu un'esperienza altamente inutile che si è conclusa bruscamente dopo solo sei mesi.
Nell'autunno del 2012 mi ritrovavo con pochi soldi, a casa dei miei genitori, senza un lavoro ed una prospettiva. È stato un periodo non bellissimo, ma stava per cambiare. La chiave di volta fu mia sorella. Lei in quel periodo si è trasferita in Germania per studiare all'università, per rifarsi una vita dato che, come molti, in Italia ha avuto esperienze lavorative orribili in ambienti tossici. Appena ha saputo che avevo perso quel posto, ha insistito affinché andassi a vivere con lei, sapendo perfettamente che l'Italia era un paese morente (cosa che è tutt'ora). La scelta per me a quel punto era fra sperare in un miracolo economico o andare via e tentare qualcosa di diverso.
Alla fine del 2012 mi sono deciso a trasferirmi e nell'agosto del 2013 mi sono ritrovato in Germania, in cui vivo tutt'ora, a cominciare una nuova vita.
Perché ho parlato di me fino ad ora? Perché il tema immigrazione mi colpisce da vicino. Da quel lontano agosto 2013, ho vissuto una vita da immigrato. Anche se sono un cittadino europeo, sono sempre un "corpo estraneo" in una società diversa da quella in cui sono nato. Vedere ora che il mondo odia l'immigrazione, o la veda come l'origine di tutti i problemi, è davvero molto triste.
Però capisco questa mentalità. Come si può essere contenti dell'immigrazione, se la stessa è diventata un elemento che, in certi casi, porta morte?
La questione che mi pongo ora è: al netto del populismo da social, quello del "a casa loro", si può fare a meno dell'immigrazione? Cioè, chi urla che "il paese ai cittadini", ha ragione?
Secondo spoiler, la risposta è un "NO" gigantesco. Seguitemi.
Immigrazione necessaria.
Pensioni.
Partiamo da un fatto tanto semplice, quanto fondamentale: le pensioni vanno pagate. Se vogliamo che gli anziani abbiano una vita dignitosa, devono avere un'entrata mensile. Chi la paga? I lavoratori. Peccato solo che ci siano pochi lavoratori rispetto ai pensionati.
Come siamo arrivati a questo? Beh, noi occidentali facciamo sempre meno figli. In parte perché mancano le condizioni economiche, in parte perché la realizzazione professionale — giustamente ricercata dalle donne — spesso si scontra con un sistema che non tutela la maternità, mettendo involontariamente a rischio l'intero assetto sociale.
Il vero collasso avverrà nei prossimi anni, quando la generazione dei boomer e quella subito dopo andrà in pensione in massa. Se per ogni nuovo nato avremo cinque persone che smettono di lavorare, il sistema crolla. Punto.
Ecco che, per fortuna, abbiamo l'immigrazione. L'immigrazione non è un "capriccio" ideologico, ma la classica pezza per coprire il buco. Gli stranieri sono quelli che si inseriscono immediatamente nel mondo del lavoro e prendono il posto di chi va in pensione, mantenendo il motore funzionante ad un costo irrisorio per lo Stato rispetto agli investimenti miliardari necessari per rilanciare la natalità. Basta leggere i dati che sono disponibili e pubblici. Uno stato senza immigrazione, nelle condizioni attuali, non può sopravvivere alla lunga.
Economia.
L'impatto economico di un immigrato in un paese è difficile da vedere. Anche perché il cittadino nato e l'immigrato vivono in due sfere sociali diverse.
Chi è nato qua, vive con tutti i privilegi di uno stato sviluppato. Fra istruzione, tecnologia e soldi, chi è nato nello Stato cerca il meglio possibile, dall'alto della sua istruzione. Quindi cercherà quei posti di lavoro in ufficio, con posizioni di prestigio e ben pagate. L'idea è "me lo merito, perché ho un pezzo di carta che lo dimostra". Il ragionamento è più che legittimo. Purtroppo, però, questo spostamento porta due effetti.
Il primo è la disoccupazione. Dato che per un posto d'ufficio ci sono magari dieci candidati, uno vince e nove perdono. In questo caso, chi perde pensa "ho perso la battaglia non la guerra! Di sicuro si apriranno nuove opportunità!" Fare un "lavoro umile" è fuori discussione, perché non consono al titolo di studio. A questo punto ci sono solo due vie: rimanere disoccupati o provare a camminare da soli. Poiché l'imprenditoria è un atto coraggioso ed oneroso, molti rimarranno disoccupati o continueranno a studiare, affinché non arrivi il momento giusto.
La conseguenza di questo muoversi verso l'alto è che molti lavori in basso rimarranno senza persone che li fanno. Ovvio, non trovate? Se tutti vogliamo essere ingegneri, chi fa il muratore? Vogliamo essere tutti CEO, ma chi li pulisce gli uffici? Chi prepara da mangiare nelle mense aziendali? Chi fa la manutenzione degli impianti? Oppure vogliamo essere tutti chirurghi, ma chi le cambia le lenzuola, chi fa i prelievi e nutre i pazienti?
Ve lo dico io chi lo fa: l'immigrato. Lui è quello che coprirà quella necessità lasciata vuota da coloro che vogliono di più e che preferiscono restare disoccupati, aspettando la loro occasione o si mettono in proprio, lottando per la sopravvivenza. Se si ha la sensazione che lo straniero rubi il lavoro, non lo fa: semplicemente fa quello che la società "più avanzata" non vuole fare.
Il Problema della Sicurezza.
Appurato che l'immigrazione è necessaria, finché le donne non rimangono incinte in massa, il problema è il seguente: come si fa a fare in modo che l'immigrazione sia una risorsa e non un peso o addirittura una minaccia? Per quanto il meccanismo sia davvero utile (ottenendo manodopera a bassissimo costo di formazione), non tutto quello che è oro luccica. L'immigrazione, quella non controllata che stiamo vivendo attualmente, nasconde in sé il problema di tutti i problemi: criminalità. Se ne leggono tutti i giorni di quell'immigrato che commette un atto violento contro cose o persone.
Da un lato necessitiamo dell'immigrazione, dall'altro non vogliamo ulteriore criminalità non necessaria. Che si può fare? Esiste un modo per rendere l'immigrazione sostenibile ed una risorsa da sfruttare?
Chiusura dei confini.
So che suona molto da estremista di destra, populista e complottista, però è esattamente quello che si deve fare. In Europa, per anni, ha regnato l'illusione del "facciamoli entrare tutti". Ufficialmente eravamo impietositi dalle immagini dei campi profughi che offrivano condizioni di vita non umane. Per quanto sia un bellissimo gesto di aiuto (aiuto che non servirebbe se non avessimo martoriato quegli stessi paesi), si tratta di un'arma a doppio taglio: per cento persone perbene che arrivano per lavorare, ne entrano dieci pronte a colpire e destabilizzare la nostra società. Lo abbiamo visto troppe volte.
Uno Stato non può permettersi di accogliere chiunque senza filtri. Proprio come non faremmo entrare uno sconosciuto in casa nostra senza prima guardare dallo spioncino, lo Stato deve proteggere i propri cittadini prima ancora che l’immigrato varchi la soglia.
I confini vanno controllati severamente. Brutto da dire, ma in un periodo di così tanta rabbia e odio, si deve proteggere la popolazione innocente prima che l'immigrato entri. Che sia alle stazioni, agli aeroporti o alle dogane su strade ed autostrade bisogna controllare tutti. Chi è in regola entra, chi no resta fuori. Abbiamo già a che fare con la criminalità interna, uno Stato non può permettersi di aggiungere lavoro alla sicurezza interna, solo perché non si fanno controlli preventivi.
Andrei oltre: chi vuole entrare regolarmente dovrebbe sottoporsi a un test psicologico. Dobbiamo accertarci che chi arriva non sia un fanatico o un instabile pronto a seminare morte. È discriminatorio? Forse. Ma in un’epoca di rabbia e tensioni, la priorità deve essere la sicurezza. Preferisco un eccesso di scrupolo che garantisca un Paese ordinato, piuttosto che una politica di accoglienza cieca che finisce per spazzarci via.
Background Check.
Anche se l'immigrato è dentro ed ha tutto in regola, va comunque controllato periodicamente. Si tratta sempre di un corpo estraneo, di cui non si sa nulla e non si conoscono le usanze. Potrebbe essere la persona migliore del mondo, il criminale più efferato o qualsiasi cosa nel mezzo. Uno Stato deve tutelare la sicurezza e l'ordine dei cittadini.
L’ingresso regolare è solo il primo passo. Per tutelare la sicurezza dei cittadini e la stabilità dell'ordine pubblico, è fondamentale che lo Stato mantenga un canale di verifica costante su chi viene ospitato. Invece di una fiducia cieca, serve un sistema di monitoraggio periodico che valuti l'effettiva integrazione del singolo. È necessario accertarsi che non si creino sacche di isolamento o di illegalità. Questo tipo di "background check" continuo serve a distinguere chi vuole davvero contribuire alla società da chi, invece, non ne rispetta le fondamenta, garantendo così una convivenza serena e basata sul rispetto reciproco delle norme. Non parlo se l'immigrato ha un lavoro oppure no, perché l'immigrato potrebbe tranquillamente mantenersi senza lavorare, parlo del rispetto nei luoghi pubblici della cultura, usi e costumi del paese ospitante.
Solo con un controllo alla fonte e continuo si può davvero garantire quella sicurezza che tanto vogliamo, ma che abbiamo perso nel corso degli anni. Questo è quello che si può fare. Non esiste altro che uno Stato possa fare. Anche perché si deve avere l'immigrazione. Quel flusso costante di stranieri è necessario, altrimenti tutto collassa.
E se non volessimo l'immigrazione?
Ma andiamo oltre. Là fuori ci sono quelli che dicono che gli stranieri non sono i benvenuti e che uno Stato può fare a meno degli immigrati.
Voglio fare un piccolo gioco. Mettiamo il caso che si voglia del tutto eliminare l'immigrazione. Come si può sopravvivere?
Gli unici tre modi che uno Stato ha per evitare l'immigrazione sono: togliere le pensioni, limitare l'istruzione o fare in modo che spuntino passeggini come funghi. Andiamo con ordine.
Pensione Personale.
Prima di andare oltre, si deve capire come funziona il sistema pensionistico. Esso si basa sul concetto che tutti mettono una parte del proprio stipendio dentro un conto enorme e poi da quel conto si pagano le pensioni. È come un lago con immissario ed emissario: finché l'immissario (ovvero chi lavora) è più grande dell'emissario (i pensionati), il lago (il sistema pensionistico) regge alla grande, anzi si potrebbe anche pensare di aumentare le pensioni. In caso di magra, ovvero quando l'immissario fa fatica e l'emissario resta sempre lo stesso o si ingrandisce, il lago si prosciuga.
Ora immaginiamo che da un giorno all'altro non si paghino più le pensioni, perché senza immigrati il sistema pensionistico sociale non è sostenibile. Tutti gli anziani nel paese non percepiscono più soldi dallo Stato. Nell'immediato si avrebbero due effetti positivi.
Il primo è che senza pensioni, i datori di lavoro o i lavoratori avrebbero più soldi, perché non devono più versare i contributi per le pensioni attuali. Il secondo è che non ci sarebbe il problema di trovare nuovi lavoratori (quindi incentivare l'immigrazione) che paghino le pensioni. Ora la domanda è: come sopravviverà un vecchietto, nei decenni successivi, se non lavora?
Non sopravvive. Se ci teniamo ai nostri nonni o genitori, purtroppo le pensioni sono fondamentali. Però resta sempre il problema che senza immigrati non ci sono sufficienti lavoratori per pagare le pensioni. Che cosa si può fare? Cambiamo il sistema pensionistico.
Ogni lavoratore pensa per sé. Appena si entra nel mondo del lavoro, il giovane apre un conto all'istituto che gestisce le pensioni ed ogni mese decide lui quanti soldi versare. Il lavoratore avrà completo accesso a quel conto, decidendo di prendere una parte di quei risparmi, mettere ancora più soldi oppure investirli. Quando il lavoratore va in pensione, quel conto viene chiuso e i soldi vengono versati al pensionato che potrà decidere se prenderli tutti, oppure prenderli in "rate mensili". In questo caso non servono "quattro persone per ogni pensionato", perché ognuno pensa alla sua pensione e lo Stato non ha bisogno di coprire buchi di personale, perché non ci sarebbero buchi, almeno non per la pensione.
Questa è la soluzione più "rapida" ed economica, ma anche quella meno "sociale"; perché si tratta di un sistema pensionistico completamente privato, gestito dal lavoratore stesso. Se il lavoratore fa male, vivrà sotto un ponte.
Più figli.
L'altra idea, quella assolutamente più cara, è quella di dare alle donne o alle coppie la possibilità di fare figli.
Con più figli, quindi più forza lavoro futura, si può mantenere il sistema delle pensioni "sociale" e gli immigrati non sarebbero più un'urgenza, perché se per ogni coppia nascono tre o quattro figli, quel fiume in entrata sarebbe più grande del fiume in uscita.
Ci sono però dei problemi enormi per questo progetto.
Il primo è piuttosto evidente: i soldi. Per dare anche solo un'opportunità a una donna di fare figli si devono spendere miliardi. Si devono creare tutti quei meccanismi, strutture e vantaggi fiscali che consentano a una donna sia di potersi prendere cura del proprio figlio in tutta serenità, sia di continuare la carriera, dato che non è giusto che una donna debba essere costretta a rinunciare a tutto per diventare madre. Lo Stato deve dare tutto quello che a una mamma occorre per essere un buon genitore. Poi una neo mamma può anche decidere di mollare tutto e dedicarsi ai figli o può organizzarsi con il proprio partner o la propria famiglia, ma questa deve essere una pura scelta personale.
Servono ginecologi, psicologi, fisioterapisti, personal trainer, nutrizionisti, prima e durante la gravidanza. Al parto servono strutture per il ricovero pre parto, per il parto e per il post parto che consentano a una donna di restare anche diversi giorni in un luogo protetto e controllato dal punto di vista medico. Dopo il parto servono psicologi, pediatri, magari sempre nutrizionisti e personal trainer per tornare in forma in fretta. Sapete quanto costa mantenere una struttura tale? Miliardi.
Il secondo problema è demografico. Mettiamo il caso che tutte le donne di un paese abbiano almeno due figli. Avete idea di quanti milioni di bambini sono? Questi bambini devono mangiare e vestirsi e andare a scuola. Poi, terminate le scuole, hanno bisogno di un lavoro e vorranno comprare casa, una macchina e vivere la propria vita al meglio.
Una natalità elevata è un peso economico che uno Stato non vuole permettersi. Quando si parla di figli si pensa solo alle scuole. C'è tutto un mondo dietro. Si deve investire nell'economia, potenziando la produzione e la logistica, si devono addestrare insegnanti e costruire scuole e abitazioni e fare in modo che l'economia sia in espansione per i prossimi 40 anni.
So che ora si potrebbe dire "eh, per la guerra ci sono i soldi, ma per la famiglia no!" Completamente d'accordo. Però voglio farvi comunque una domanda. Mettiamo che ci siano i soldi per fare la riforma della famiglia, lo Stato si trova comunque davanti a un bivio: cosa è economicamente più remunerativo? Spendere miliardi per dei figli che forse non verranno mai, oppure prendere stranieri GRATUITI e chiudere il buco immediatamente?
Perché non è detto che una donna faccia figli. La retorica è sempre la stessa "Corpo mio, scelta mia". Una retorica che dà alle donne il potere di scegliere di non avere figli.
La situazione sarebbe questa: da una parte hai una scommessa che potrebbe non pagare, perché le donne comunque potrebbero non avere figli anche se lo Stato gli desse tutto quello di cui avrebbero bisogno, e dall'altra una certezza, ovvero l'immigrato pronto a lavorare da subito. Cosa scegliereste?
Istruzione limitata.
Come abbiamo visto in precedenza, con l'istruzione obbligatoria ed accessibile, la popolazione che può lavorare si sta orientando in determinati settori, spesso legati a un ufficio e responsabilità decisionali. Quello che si sta lasciando da parte sono tutti i lavori "umili" che mantengono però viva ed in salute un'intera società.
C’è poi un tema legato all’istruzione. Se anche avessimo un boom di nascite, rimarrebbe un problema di sbilanciamento: oggi la società spinge ogni giovane verso percorsi accademici e lavori d’ufficio. Ma una nazione ha bisogno di tutto. Se tutti avessimo una laurea in urbanistica, chi lavorerebbe nei cantieri? Se fossimo tutti chirurghi, chi si occuperebbe dell’assistenza pratica ai pazienti? Senza l’immigrazione a coprire questi ruoli, lo Stato dovrebbe ripensare totalmente il sistema formativo, incentivando molto più i percorsi tecnici e professionali rispetto a quelli accademici. Altrimenti, ci ritroveremmo in una situazione paradossale: migliaia di laureati disoccupati e un’economia paralizzata perché nessuno vuole più 'sporcarsi le mani'.
Oppure, alternativa meno estrema, si dovrebbe costringere i disoccupati ad accettare certi lavori, indipendentemente dal titolo di studio. In questo caso i buchi sarebbero riempiti e non ci sarebbero immigrati in giro. Tuttavia, da un punto di vista politico, costringere qualcuno a fare un lavoro "umiliante" sarebbe una costrizione, quindi un voto in meno alle prossime elezioni.
Pensate che sia fattibile?
Piccole riflessioni.
L’immigrazione non è un "ideale" di pace, è una scorciatoia. È la soluzione più economica, veloce e meno politicamente rischiosa per tappare i buchi di un sistema che non vuole riformarsi. Da una parte non vogliamo rinunciare alle pensioni pubbliche e non vogliamo mandare i nostri figli a pulire le strade, dall'altro lo Stato non vuole spendere miliardi per la natalità.
Quando sento urlare "a casa loro", sorrido amaramente. Perché chi lo urla, spesso, è lo stesso che non arriverebbe a fine mese senza i contributi versati da quello straniero o che non troverebbe assistenza per i propri genitori anziani.
Vogliamo davvero fare a meno degli stranieri? Benissimo, ma siamo pronti alle conseguenze? Siamo pronti a vedere il nostro sistema crollare o a rinunciare alle nostre aspirazioni d’ufficio?
Io vivo in Germania da tredici anni. Sono un immigrato che contribuisce a mantenere in piedi questo Paese. Vengo trattato come "corpo estraneo"? A volte sì. Ma so che senza di me, e senza i milioni di persone come me, questo splendido "lago" sarebbe già prosciugato da tempo.
M.












































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