Doppi Standard.
- Mauro Longoni
- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 10 min

Il mondo è davvero un posto fantastico. Per quanto si dica e si veda il contrario, il mondo resta forse la forma di intrattenimento migliore che esista in questa vita. Ogni giorno c'è sempre qualcosa di nuovo che ti fa saltare dalla sedia o per l'eccitazione o per la paura. C'è un'altra cosa che rende questo mondo affascinante: la quantità di controsensi che accettiamo sebbene siano completamente sbagliati. Non sto scherzando: se si guarda intorno, ci sono così tante idee e mentalità strane e particolari da perderci la testa... o per scriverci un post su un blog.
Per cui, oggi mi stavo chiedendo: perché non parlarne? Perché non sviscerare tutti quei piccoli, grandi controsensi che rendono questo mondo un posto magnifico?
Guerra per la pace.
La guerra in passato è sempre stata qualcosa di lineare: voglio qualcosa che tu hai, non voglio trattare, quindi ti taglio la testa e ti brucio il castello e tutti i terreni che controlli. Nessuno mascherava la cosa con fini nobili. La giustificazione della guerra era alla luce del sole, comprensibile da tutti.
Dal 2001, da quando due torri a New York hanno fatto una brutta fine, il mondo ha cambiato retorica. La scusa non è più il potere o il controllo, ma è qualcosa di più "nobile" ed accettabile: andiamo a portare la pace e la democrazia in paesi dove la pace e la democrazia non esistono. Come se il mondo fosse così scemo da credere a questa scusa. Abbiamo visto nel Medio Oriente da almeno 20 anni come questa esportazione della libertà e democrazia sia avvenuta con risultati disastrosi. E lo abbiamo visto in Iran. È un argomento controverso per due motivi, piuttosto enormi.
In primo luogo, è davvero ironico che si porti la pace e la democrazia con la violenza e il controllo autoritario. L'occidente, gli Stati Uniti, parlano di pace e democrazia da esportare nel mondo, ma si dimenticano di esportarla con i mezzi giusti, ovvero con la diplomazia, conoscenza, scambio e dialogo, esportandola con bombe, morte e distruzione. Non si può portare la pace e la libertà con la guerra e l'oppressione. È come dire "garantiamo la sicurezza" usando il manganello, invece che migliorare la legge e sostenere la giustizia, oppure cercare di combattere il diabete forzando il povero malato a mangiare dolci tutto il giorno. È anche solo stupido ragionare in questi termini.
Abbiamo anche il dettaglio della democrazia. Gli Stati Uniti, ma tutto l'occidente in generale, hanno sempre questa presunzione di avere sempre ragione, che il loro stile di vita è giusto, mentre gli altri hanno sempre torto e lo stile di vita degli altri è sbagliato. Per cui, c'è questa idea di "salvare popolazioni in difficoltà". Breaking News: nessuno ha mai chiesto aiuto. Nessuno, specialmente nel Medio Oriente, ha mai chiesto a nessuno "veniteci a salvare". Non l'ha chiesto l'Iran, negli anni '50, non l'ha chiesto l'Afghanistan e l'Iraq nei primi anni 2000, non l'ha chiesto di nuovo l'Iran nel 2026. Eppure noi ci siamo auto convinti che dovevamo salvare quella povera gente... povera gente che noi occidentali abbiamo mandato in rovina, distruggendo le infrastrutture, uccidendo innocenti e portando instabilità totale in quei paesi. Se lo Stato Islamico è nato ed ha fatto stragi in Europa è solo colpa dell'occidente e della sua voglia di costringere altre popolazioni a vivere come noi vogliamo.
Non dobbiamo comunque farci confondere o accecare dalla retorica. Il motivo della guerra è sempre lo stesso: potere, sebbene lo si mascheri quasi come "missione umanitaria". Alla fine si tratta sempre di controllo, di qualunque genere. È più facile uccidere il dittatore per avere quel controllo, invece che parlare. Faccio un esempio semplice: se ora l'Iran è un paese che "grida alla miseria" è per via della guerra economica che da anni l'occidente sta portando avanti tramite le migliaia di sanzioni che lo stesso occidente ha obbligato a ingoiare a Teheran.
Terzo Mondo: furto e sostegno.
La guerra, per quanto sia brutta, è qualcosa che si vede e i giornali adorano riportare. Quello che, però, sta uccidendo una parte del mondo è quello che non si vede. Sappiamo tutti che nel mondo esistono due facce: il primo e il terzo mondo. Il primo mondo è quello dove abbiamo acqua potabile, elettricità e soldi. Nel terzo mondo queste opportunità non le hanno. Come mai? Questo è il grande contrasto. Ho solo una domanda: come mai c'è questa differenza? Se state pensando che è colpa di dittatori che pensano solo al profitto, state solo guardando una parte della realtà.
Il vero motivo, per cui quelle popolazioni sono alla fame, è per colpa nostra, di quello stesso occidente. Per secoli l'occidente, sempre pensando di essere migliore, si è espanso con la violenza, conquistando territori e annettendo nazioni in nome di un progresso sociale e tecnologico che l'occidente pretendeva di avere, ma che non ha mai avuto. Se per dimostrare la propria superiorità la devi dimostrare con la violenza, non sei qualcuno di superiore. Quella violenta esportazione del progresso era solo per ottenere minerali e ricchezze di altre nazioni ed accrescere il proprio potere. Poi le nazioni oppresse si sono ribellate, hanno cacciato l'invasore e si sono "liberate".
In queste condizioni, si pensava che l'occidente avesse perso tutto il potere. No, semplicemente il potere è passato dall'essere palese a nascosto. Non potendo più invadere nulla, abbiamo e stiamo appoggiando dittatori sanguinari, abbiamo ribaltato governi, solo per soddisfare le condizioni dell'occidente nello sfruttamento di quelle stesse risorse che prima si sarebbero ottenute con la violenza.
Dove sta il controsenso? Beh, da un lato opprimiamo segretamente il terzo mondo, riducendolo alla fame. Dall'altro lo stesso occidente investe pubblicamente miliardi nel terzo mondo, cercando in tutti i modi di dargli quella dignità che ogni civiltà dovrebbe avere. La comunicazione è sempre la stessa: bisogna aiutare le popolazioni oppresse e deboli, per dargli quell'esistenza dignitosa che meritano, specialmente se si parla di bambini. Sarebbe un gesto davvero nobile e sintomo di una popolazione apparentemente con tatto e sensibilità, se solo non fosse una facciata enorme.
È come picchiare una persona, per poi curarla. Non è qualcosa di pensabile, eppure siamo stati in grado di farlo. Non solo: le stesse popolazioni sfruttate e derubate ci dicono persino grazie. Cioè, noi all'oscuro del mondo firmiamo accordi di sfruttamento di una nazione, la mandiamo quasi alla rovina, poi l'ONU, l'America e l'UE mandano miliardi per il sostegno... sostegno che non servirebbe, se trattassimo le altre nazioni con rispetto.
Amare le mamme, ma odiare le donne.
Il mondo corre a due velocità che non si incroceranno mai. Nel primo mondo contiamo i morti e pochi vagiti; nei paesi poveri, la vita esplode nonostante tutto. La logica vorrebbe che il benessere alimentasse la prole, e invece accade l’esatto opposto: più siamo "ricchi", meno ci riproduciamo. È egoismo? È la fine dell'istinto materno? Sulla carta viviamo nel paradiso dell'opulenza, ma allora perché ogni donna non ha tre o quattro figli? È matematica. Non si deve fare l'errore enorme di pensare che le donne nel mondo industriale non vogliano fare figli, perché sono delle egoiste. Molte donne nel primo mondo sognano famiglie numerose, sognano di crescere la prossima generazione. Ma poi si scontrano con la realtà.
Le domande che ci si deve porre sono due: "siamo sicuri che siamo così ricchi?" e "Che cosa stanno facendo i governi per dare?"
La realtà, per una donna e una coppia, è ben altra. Alla prima domanda la risposta è un secco NO. La nostra è una ricchezza di facciata. I salari sono fermi al secolo scorso, gli affitti mangiano metà dello stipendio e le bollette il resto. Molte donne vivono ancora nelle loro vecchie camerette da adolescenti perché un appartamento è diventato un bene di lusso e chi ha un appartamento deve fare la scelta se pagare la luce o fare la spesa. In un contesto simile, mettere al mondo un figlio non è un atto d'amore, è un salto nel vuoto senza paracadute, un atto di pura follia, che rischia di distruggere due vite, quella della madre e quella del figlio. Non puoi regalare la vita a qualcuno se la tua è un esercizio quotidiano di equilibrismo finanziario. Un figlio dovrebbe essere una gioia, non la causa del tuo fallimento economico.
Se non ci sono molti soldi per i lavoratori, forse la cosa è diversa se si parla delle politiche per l'infanzia. La domanda è chiara: "Che cosa stanno facendo i governi per dare?" La risposta è nulla. I governi non investono nell'infanzia. Gli asili nido sono rari e costosi quanto un Master ad Harvard, i bonus sono elemosine e il supporto alle famiglie è inesistente.
Qui il controsenso diventa grottesco. È qui che scatta la magia della politica: dopo aver lasciato le donne sole nel deserto, i governanti salgono in cattedra per dare lezioni di morale.
Quello che fanno i politici è da una parte affermare di aver fatto passi da gigante per dare alle donne quella possibilità di fare figli, non avendo mosso di fatto un dito, dall'altra etichettano le stesse donne come "egoiste", perché non stanno sfruttando questa incredibile opportunità di procreare (opportunità che non esiste). È un gaslighting collettivo. I politici accusano le donne di tenere in ostaggio il futuro del Paese, di sabotare il sistema pensionistico per puro capriccio, perché apparentemente si divertono a farsi del male sole, evitando di diventare madri di proposito, soffrendo nel processo. Quello che la politica ignora deliberatamente è che la scelta è tra sopravvivere o affogare insieme a un neonato.
Se i governi facessero sul serio, la maternità non sarebbe una missione eroica o un martirio finanziario e vedremmo donne incinte (con o senza partner) ovunque. Una donna o una coppia, oggi deve scegliere fra sopravvivere o diventare madre/genitore e la sopravvivenza resta sempre la priorità. Se la sopravvivenza fosse garantita e il benessere fosse reale, le sale parto tornerebbero a riempirsi. Finché la priorità resta arrivare a fine mese, la "scelta" non esiste. Esiste solo l'istinto di conservazione.
Amo il grasso, ma sugli altri.
La propria apparenza è sempre stata un dettaglio della nostra vita che ci ha sempre messo in difficoltà. Per secoli abbiamo avuto "standard di bellezza" per entrambi i sessi da rispettare, altrimenti si veniva lasciati da parte o si veniva tagliati fuori dalla società che conta. Anche in amore o nelle relazioni fisiche questi standard erano presenti: per esempio, un uomo o una donna grassa aveva poche chance di essere felice in amore e nella camera da letto.
Le cose, tuttavia, cambiarono qualche anno fa. Specialmente il mondo femminile ha deciso di combattere questo dettaglio fisico della vita sociale, affermando che "ogni donna è bellissima per come è!", introducendo il concetto di "body positivity", aprendo il palcoscenico anche a quelle donne che non erano magre, le cosiddette "curvy". Se da un lato questo movimento era davvero positivo, dall'altro (come tutti i movimenti moderni guidati dalle donne), chiunque non la pensasse come loro veniva etichettato come "cattiva persona" e umiliato pubblicamente per "body shaming".
Per anni abbiamo avuto donne di ogni taglia esporre fieramente il proprio corpo e ricevere positività. C'è stato un periodo dove addirittura le grandi marche di fashion furono costrette ad alzare il limite di peso e di taglia nelle sfilate e nelle campagne pubblicitarie, per includere donne con qualche chilo in più, solo per evitare di subire un contraccolpo mediatico e vedere le proprie vendite diminuire.
Dove sta la contraddizione? Nessuna donna credeva davvero a quella bugia. È stato solo un trend per prendersi un paio di like in più. Appena le donne, che fino al giorno prima incoraggiavano il body positivity, hanno visto che la cosa non dava più visibilità e che il mondo stava combattendo la promozione dell'obesità come un modello sano da elogiare, hanno immediatamente abbandonato la barca.
Come è finita? Beh, le stesse donne, che prima adoravano definirsi "paladine della body positivity", ora non lo sono più. Un esempio lampante è Selena Gomez. Durante quel periodo la superstar americana era ingrassata, affermando di adorare il suo corpo "curvy". Ora quella stessa persona ha un corpo asciutto e magro. Come lei ci sono state molte donne che hanno applicato questa strategia. Contraddittorio, non trovate?
Uso il corpo, ma lo condanno.
La contraddizione, quando si parla di prostituzione, è qualcosa di incredibile.
Si dice che la prostituzione sia il lavoro più antico del mondo. In verità la prostituzione ha una storia molto complicata, ma dire che è un lavoro non è proprio qualcosa di corretto, dato che spesso la prostituzione nella storia era un atto costretto e violento. Tuttavia, accettiamo il fatto che sono millenni che una donna concede il suo corpo, sia perché costretta, sia per crearsi una vita indipendente.
Ragioniamo insieme. La prostituzione è stata e viene tuttora condannata dalla legge, ma soprattutto dalla morale, da millenni. Molti hanno provato a combatterla con la violenza, altri con la proibizione, tuttavia la prostituzione è ancora qua, presente più che mai.
La domanda che mi pongo è questa: come ha fatto qualcosa di così odiato a sopravvivere così a lungo. Nel mercato, se qualcosa non viene richiesto, non viene prodotto e sparisce nel nulla (basta vedere il lettore CD portatile). Significa che la prostituzione era richiesta. Non solo: era richiesta così tanto che è sopravvissuta per millenni nella società.
Oggi l'uso del corpo umano per il piacere carnale, con scambio di soldi, è un atto radicato in tutte le classi sociali ed entrambi i sessi. La prostituzione è al servizio della classe operaia, di quella borghese, politica e nobile. Non mi sorprenderebbe se si fosse coinvolto anche il clero. Se anche preti e cardinali fossero coinvolti, sarebbe l'apice del controsenso: per anni releghi le prostitute fuori dalle città e poi le sfrutti per piaceri carnali che non dovresti nemmeno avere.
Se si legge questo paragrafo si potrebbe pensare che sia tutto alla luce del sole. Il divertente è che non è così. In tutto il mondo, i politici e chi ha il potere, che usa la prostituzione in maniera massiccia, ufficialmente la aboliscono e la impediscono come se fosse una piaga sociale, come se la prostituzione fosse quell'elemento che sta distruggendo la morale sociale. La prostituzione è forse persino peggio che lanciare un missile su una scuola o su un ospedale.
È incredibile come la prostituzione sia così diffusa, usata e segretamente apprezzata, ma ufficialmente venga condannata. Però non ci si dovrebbe nemmeno sorprendere: è sempre successo. Diciamo che è una di quelle costanti del mondo che guardiamo con tenerezza, come quel parente a Natale che si vede solo una volta l'anno.
Comunque è sempre bello come gli uomini usino le donne per il proprio piacere e poi se ne vergognino pubblicamente, cercando di lavarsi la coscienza, pensando che abolendo qualcosa che usano sia la via per il paradiso. È come drogarsi e dire che la droga fa male.
Piccole riflessioni.
Alla fine della fiera, guardando questo elenco di assurdità, viene da chiedersi se il mondo sia davvero impazzito o se, semplicemente, la coerenza sia un lusso che non possiamo più permetterci. Viviamo in un’epoca che ci chiede di essere tutto e il contrario di tutto: dobbiamo essere pacifisti con le armi in pugno, filantropi mentre sfruttiamo il prossimo, madri esemplari in un sistema che non prevede spazio per i figli, e paladini dell’accettazione pronti però a correre dal chirurgo appena cambia il vento dei trend.
Forse il vero doppio standard è quello che applichiamo a noi stessi ogni mattina davanti allo specchio. Ci piace pensare di essere le vittime di un sistema contorto, quando spesso ne siamo gli ingranaggi più oliati. Condanniamo l’ingiustizia con un post scritto da uno smartphone prodotto in condizioni disumane; invochiamo la libertà, ma solo finché non calpesta i nostri privilegi.
Il mondo è davvero un posto fantastico, sì, ma di una bellezza grottesca. È un teatro dove la sceneggiatura dice una cosa e gli attori ne fanno un'altra, convinti che nessuno se ne accorga. Ma finché avremo la forza di fermarci a guardare questi controsensi, sviscerandoli senza paura di sembrare cinici, avremo almeno una speranza: quella di smettere di essere spettatori passivi di questa recita e iniziare, finalmente, a chiamare le cose con il loro nome.
Perché la verità è che non ci servono nuove regole o nuovi slogan. Ci servirebbe solo il coraggio di ammettere che, molto spesso, il mostro che critichiamo negli altri è solo il riflesso di ciò che abbiamo accettato di diventare per pura comodità.
M.












































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