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Bikini: Due pezzi di libertà.

  • Immagine del redattore: Mauro Longoni
    Mauro Longoni
  • 3 mag
  • Tempo di lettura: 14 min
Woman in pink bikini smiling on a sunny beach, ocean waves in background. Hair blowing in the breeze, creating a relaxed and happy mood.

Quando arriva il 21 marzo, tutto cambia. Il freddo dell'inverno è solo un lontano ricordo e la propria mente pensa solo a una cosa: le tanto volute e desiderate vacanze estive.


Le vacanze estive hanno tutte una cosa in comune: evadere. Il periodo che va da giugno a settembre è pervaso da un caldo asfissiante. Sono tre mesi di pura sofferenza fisica, dove si vorrebbe togliere anche la pelle, pur di avere un minimo di sollievo. Per non parlare della propria salute mentale: dopo un anno di stress, sacrifici e problemi di ogni genere, si aspetta con ansia luglio o agosto, per mandare tutti all'inferno e godersi quella benedettissima libertà, anche solo breve.


Ma dove si trascorre quel periodo di libertà? Alcuni visitano città, altri lo trascorrono nella natura (foresta o montagna), mentre la grande maggioranza la trascorre al mare o al lago.

Se si trascorre la propria libertà estiva in montagna o in città, non esiste nessun problema: ci si veste comodi per sopravvivere alle lunghe camminate, code e al caldo. Ma se si va al mare o al lago? Qui l'imperativo è vestirsi il meno possibile, sia perché ci si bagna, sia per il caldo, sia perché si vuole ottenere quel bellissimo colore sulla pelle che definisce l'estate.


Per un uomo è tutto semplice: al mare basta che indossiamo una mutandina e siamo felici. Nessun pensiero di nessun tipo. E per la donna? Beh, anche per la donna è apparentemente tutto semplice: basta indossare quello che di fatto è stato e sempre sarà il simbolo di una lotta di genere: il bikini.


Ma è davvero così semplice? Per una donna è davvero semplice indossare il bikini? Tuffiamoci per un attimo in questo post e godiamoci il risultato.


Che cos'è il bikini?


Ma cos'è, tecnicamente, un bikini? Prima di analizzarne il mito, partiamo dalla sua essenza.


Il bikini è un costume da bagno femminile composto da due pezzi separati: uno che copre il seno e l'altro che copre il "tesoro più ambito da un uomo", lasciando scoperte zone che agli uomini piace parecchio ammirare: braccia, addome, gambe, piedi, spalle, schiena e gran parte dei glutei.

Praticamente il bikini espone il più possibile, coprendo il meno possibile. È quella sottilissima linea che separa una donna dall'essere libera di muoversi e di esporsi all'essere denunciata per atti osceni in luogo pubblico.


La parte superiore può avere diverse forme, come il classico triangolo, a fascia, con ferretto o a balconcino. Può essere sostenuta da laccetti che girano dietro al collo oppure si regge da sola, sempre sperando che quel pezzo di tessuto faccia il suo lavoro. Anche se, puro parere maschile, nessun uomo si metterebbe mai a denunciare una donna, qualora quel bikini non reggesse. Probabilmente ci godremmo lo spettacolo con tanto di occhiali 3D e popcorn.

La parte inferiore, quella che copre "la porta del paradiso" può variare molto nel taglio, potendo presentarsi a vita alta, bassa, brasiliana, perizoma o culotte.

In ogni caso l'imperativo è solo uno: coprire il meno possibile. Ormai siamo arrivati a bikini che non coprono. O meglio, coprono solo lo stretto indispensabile e i capezzoli, lasciando in bella vista tutto quello che una donna ha fisicamente da mostrare. Da uomo, non mi lamento, però è interessante vedere come dal XX secolo siamo passati dal "copri tutto" alla mentalità del "più mostri, meglio è!" di oggi. Ed è ancora più affascinante notare che la società accetta una donna che in spiaggia indossa il bikini, esponendo tutto il corpo, ma se la stessa donna esce in intimo in città viene arrestata.


Il bikini, per tutta la sua storia, ha visto evoluzioni e cambiamenti di ogni tipo. Ad oggi esistono diverse variazioni al tema che hanno preso piede negli anni.

Abbiamo il "Monokini". Lo dice la parola stessa "mono", ovvero un solo pezzo. Infatti, la parte di sotto restava (in qualche modo il decoro doveva essere mantenuto) e si levava la parte di sopra. Praticamente era il precursore del topless che tanto abbiamo amato. Purtroppo quei tempi sono finiti. Nella concezione moderna, quella parola indica un costume intero con ampi tagli sui fianchi (cut-out). Peccato, la prima versione mi piaceva di più!

Poi abbiamo il "Tankini", composto da una canotta (tank top) e uno slip. Onestamente questa versione non l'ho mai vista, tuttavia è molto usata da chi vuole la comodità del due pezzi senza mostrare l'addome (molto usata nelle piscine comunali o dalle neomamme), ed infine abbiamo il "Burkini", ovvero una versione che copre tutto il corpo, progettata per rispettare determinati precetti religiosi (islam) senza rinunciare al nuoto.


Piccoli aneddoti storici.


La storia del bikini, anche se viene fatta partire dagli anni '50, dato il successo planetario dell'idea, non fu un'idea originale. È un concetto molto più antico di quanto si possa immaginare. Le spiagge della Costa Azzurra furono solo un revival. Il vero esordio affonda le radici nell'antichità, per poi scomparire e tornare come simbolo di rivoluzione sociale. È come se il bikini avesse giocato a nascondino con l'umanità per secoli.

Ma quanto vecchio è il bikini? Beh, torniamo indietro di qualche millennio, ovvero agli antichi romani.


Il "Bikini" Romano.


I romani hanno perpetrato morte e violenza per tutta Europa per secoli. Su questo non c'è dubbio. Però hanno portato tanta modernità e concetti che sarebbero poi stati recuperati secoli successivi e nella vita quotidiana di oggi (come gli acquedotti).  Onestamente, più scrivo questo blog, più mi chiedo se i romani non fossero aiutati da qualcuno al di fuori del pianeta. Perché non si spiegano tutte le innovazioni che hanno portato.

Anche nella moda i romani sono stati in grado di anticipare il futuro di un paio di millenni.

Ci sono testimonianze visive pazzesche, come il mosaico della "Villa Romana del Casale" a Piazza Armerina (Sicilia), risalente al IV secolo d.C., che ritrae diverse fanciulle (denominate "ragazze in bikini") mentre praticano sport indossando un completo a due pezzi chiamato subligaculum (slip) e strophium (fascia per il seno).


Sebbene si trattasse al tempo di un semplice indumento da ginnastica, come quelli che si vedono nell'atletica leggera femminile, più che un indumento per fare il bagno, si deve però dire che il concetto è quello: due pezzi che coprono le parti intime di una donna, lasciando il corpo esposto, dando libertà di movimento alla donna.


Il Nulla per un paio di millenni.


Il liberalismo dell'impero romano purtroppo non durò in eterno. Dopo la caduta dell'impero romano d'Occidente (nel 476 d.C.), l'invasione delle popolazioni barbariche e l'inizio del Medioevo, abbiamo avuto un passo indietro enorme negli usi e costumi, specialmente se si pensa agli indumenti femminili. Un passo indietro che non si era mai visto prima. La società che prese il controllo del continente creò un codice etico e morale restrittivo solo per mantenere quel decoro che l'uomo (ed anche le donne) imponevano alla parte della società femminile.

Di fatto, dal Medioevo fino al secondo dopoguerra (circa 1500 anni), a una donna era tassativamente proibito mostrare il proprio corpo pubblicamente. Abbiamo testimonianze di donne che per strada avevano solo il volto scoperto, mentre tutto il resto del corpo era coperto da indumenti di vario genere.


La morale pubblica, che imponeva pudore e buone maniere alle donne, costrinse le poverette a vivere un millennio e mezzo senza essere in grado di essere libere di decidere se mostrare il proprio corpo pubblicamente e in quale forma.


Incredibili sono gli esempi dell'Ottocento e prima metà del Novecento, dove anche solo il mostrare una caviglia era considerato altamente immorale e contrario al pudore. Non sto scherzando, ci sono state famiglie che hanno interrotto tutti i rapporti con la propria figlia, solo per una mezza caviglia esposta. Una donna, che fosse freddo o caldo, doveva mantenere il proprio corpo segreto al mondo, rivelandolo solo al proprio futuro marito (che spesso cercava altrove, magari nelle case chiuse, quella libertà che negava alla propria moglie). Non era consentito nessun tipo di benessere fisico e morale


Il problema di questa repressione è che più comprimi, più l'esplosione sarà incontrollata. I primi segnali arrivano ai primi del '900. La fautrice inconsapevole di tale scintilla fu Annette Kellerman, nota nuotatrice professionista australiana dell'epoca. Nel 1907, Annette si presentò su una spiaggia di Boston indossando un costume che per l'epoca era considerato scandaloso: un pezzo unico, aderente, che lasciava scoperte le braccia e le gambe (fin sopra il ginocchio). Era praticamente il costume intero di oggi, solo che al tempo "mostrava troppo", ora lo riteniamo "coprente".

Inutile dire che fu arrestata. La cosa tragicomica è che Annette non cercava lo scandalo, cercava la praticità. Nel momento dell'arresto, si difese spiegando che nuotare con i costumi era un'impresa suicida: erano praticamente dei vestiti pesanti che, una volta bagnati, trascinavano a fondo chi li indossava, rischiando di far affogare la nuotatrice.


Il suo arresto a Boston nel 1907 dimostrò l'assurdità di una società che preferiva vedere una donna rischiare la vita piuttosto che mostrarne le gambe. Tranquilli, tempo quattro decenni dopo e quella mentalità sparirà.


1946: L'esplosione (letterale).


Dopo secoli di costumi castigati e pesanti, e con l'inizio dei movimenti femministi per la libertà e l'uguaglianza (come le suffragette), il mondo maschile stava osservando come il tenere le catene troppo strette non fosse mai una strategia vincente, subendo quella rivolta del genere femminile, che chiedeva a gran voce un miglioramento significativo della loro vita. Erano stufe di vivere in gabbia, mentre gli uomini di gabbie non ne avevano. Mentre le suffragette avevano aperto la strada e le conquiste sociali più dure (come divorzio e aborto) sarebbero arrivate decenni dopo, in quel 1946 la rivoluzione passò per il costume.

La data è famosa: 5 luglio 1946. Quel giorno, il sarto francese Louis Réard presentò a Parigi un costume composto da soli 194 centimetri quadrati di tessuto: quello che oggi chiamiamo bikini e che l'umanità adora.


Quel nome di sei lettere, che rappresenta forse l'indumento femminile più bello che ci sia, parere puramente maschile, non ha nulla a che vedere con la forma dell'indumento. Deriva dall'Atollo di Bikini, nel Pacifico. Che cosa hanno in comune un sito di test nucleari con un paio di pezzi di stoffa? Lo stilista scelse questo nome perché convinto che il lancio di un costume così ridotto avrebbe avuto un effetto mediatico "esplosivo", simile ai test nucleari che gli Stati Uniti stavano conducendo in quel luogo proprio in quei giorni. Sì, lo ebbe!


Il bikini creò problemi allo stilista ancora prima di presentarlo. Il costume era così audace che nessuna modella professionista accettò di indossarlo. Non perché le donne fossero contro il bikini, ma indossarlo, anche solo per sponsorizzarlo, avrebbe significato la fine di una carriera, perché quella donna sarebbe stata il volto del "demonio che tenta le menti femminili". Che cosa posso dire? Negli anni '50 avevamo le macchine e potevamo volare, ma quanto a moralità potevamo competere con il Medioevo o il Rinascimento.

Réard, tuttavia, non voleva arrendersi, convinto della sua idea. Sono sicuro che pensò "se una modella mainstream non lo vuole indossare, allora devo chiedere a qualcuna che non ha paura di mostrare il proprio corpo in pubblico". Il genio assunse Micheline Bernardini, una spogliarellista del Casino de Paris, per la presentazione ufficiale alla piscina Molitor. Insomma, una donna che si mostra nuda agli uomini non avrebbe avuto alcun problema a mostrarsi vestita.


Il momento della presentazione fu uno scandalo come pochi in quel tempo. La società vide quell'oscenità come qualcosa di altamente immorale e persino illegale.

Dopo la presentazione, per tutti gli anni '50, il bikini fu bandito in molti paesi (Italia e Spagna incluse) e condannato dal Vaticano.

Se fossi stato Réard, visto che tutto il mondo era contro di me, avrei pensato "è finita!" In verità la macchina doveva ancora partire.

Se la morale maschile e quella femminile ultra conservatrice erano scandalizzate per così tanta "tentazione carnale esposta", rischiando di ammazzare un'idea sul nascere, ci fu il supporto dell'industria che non ti aspetti, quella cinematografica europea, pioniera per quel che riguarda il costume, mentre Hollywood era intrappolata nella morsa della censura.


La scintilla scattò nel 1952, nel film E Dio creò la donna, dove Brigitte Bardot (la superstar del cinema europeo per eccellenza) indossò il bikini. In quel periodo, qualsiasi cosa facesse la Bardot era quasi legge. Quindi se lei indossava il bikini, allora era qualcosa di figo. Quel film e quella scelta resero il bikini un simbolo di libertà e fascino europeo. Se in Europa il bikini fu sdoganato già negli anni '50, oltreoceano ci volle qualche anno in più per digerire lo scandalo


Dagli anni '60 a oggi.


Con la rivoluzione sessuale degli anni '60, il bikini perse la sua carica "scandalosa" per diventare un capo d'abbigliamento comune. Gli anni '60 sono forse stati il decennio perfetto per il bikini, tenendo conto che, dal lato maschile, un gruppo di quattro giovani di Liverpool stava per cambiare per sempre non solo la musica, ma anche lo stile, sdoganando i capelli lunghi e la ribellione giovanile: i Beatles.

La spallata definitiva alla morale intorno al bikini avvenne nel 1962 con Ursula Andress, grazie alla sua memorabile e leggendaria uscita dall'acqua in un bikini bianco con cintura nel film di James Bond Agente 007 - Licenza di uccidere. Quella scena ce la ricordiamo tutti. Fu un momento incredibile, perché anche Hollywood mostrò una donna in bikini, decretando un forte allentamento della censura.

Da quel decennio in poi, il bikini divenne di fatto il costume per eccellenza del genere femminile, sinonimo di sensualità e libertà.


Negli anni '70, il bikini smette di essere "solo" un costume da bagno per diventare un campo di battaglia della libertà individuale e della creatività. Siamo nell'era degli Hippie, delle stampe psichedeliche e dei ricami all'uncinetto, e delle lotte per i diritti civili. Ma la vera rivoluzione arriva dal Sud America. È proprio in questo periodo che dal Brasile sbarca il tanga: il pezzo inferiore si riduce drasticamente, praticamente scompare, introducendo un taglio che lascia i glutei quasi completamente scoperti. Ora non si tratta più solo di mostrare o meno la pelle, ma di celebrare una sensualità più esplicita e disinibita (siamo nel periodo della nascita della pornografia). Il bikini diventa più piccolo, più sottile e incredibilmente più audace, riflettendo perfettamente lo spirito di ribellione e la ricerca di naturalezza tipica di quegli anni.


Negli anni '80 il bikini subisce una trasformazione geometrica e atletica, influenzata dall'esplosione della cultura del fitness e dell'aerobica, dove tutte le donne dovevano essere in forma. Siamo in un periodo, come anche negli anni '90, dove riviste come Playboy la facevano da padrone nel mondo maschile, dove i bikini ed i corpi femminili statuari erano la cosa più bella del mondo.

Inoltre è il decennio dell'eccesso nella moda: i colori diventano neon e fluo e i tessuti si fanno lucidi.

Il bikini ne risente e anche molto: il taglio diventa estremamente sgambato, dove la parte inferiore del bikini sale vertiginosamente lungo i fianchi, quasi a voler allungare le gambe all'infinito e sottolineare il tono muscolare, un look reso immortale dalle iconiche bagnine di Baywatch (anche se spesso indossavano il costume intero, lo stile "high-cut" influenzò tutto il settore). Il pezzo di sopra vede il trionfo dei balconcini e delle imbottiture, riflettendo quell'estetica di "potere" e forme accentuate tipica della moda del tempo. Il bikini non è più solo un indumento da relax, ma un accessorio dinamico, sportivo e decisamente appariscente.


Negli anni '90 il bikini vive una fase di ritorno al minimalismo e alla praticità, allontanandosi dagli eccessi fluo del decennio precedente. È l'epoca del "meno è meglio", influenzata dallo stile grunge e da un'estetica più pulita e sportiva. I tagli diventano più lineari e tornano di moda i colori neutri, il nero e le fantasie meno appariscenti.

È anche il decennio in cui il bikini diventa un vero oggetto di culto globale grazie alla cultura pop e alle top model. Brand come Calvin Klein impongono un look essenziale, mentre le riviste e le sfilate trasformano il due pezzi in un simbolo di perfezione fisica e status. La parte inferiore resta mediamente sgambata, ma si abbassa la vita, mentre il pezzo sopra vede il grande ritorno del triangolo classico, spesso con laccetti sottilissimi. In spiaggia non si cerca più di stupire con colori neon, ma di colpire con la semplicità di un taglio perfetto che esalti le forme naturali (o chirurgicamente aiutate, visto il boom del periodo).


Con l’avvento della cultura pop dei primi anni 2000 (l’era di Britney Spears e Paris Hilton), la parola d'ordine è stata vita bassa. Gli slip diventano piccolissimi, spesso decorati con anelli di metallo, paillettes o perline. È in questo periodo che nasce l'abitudine del "mix & match": le donne iniziano a comprare pezzi separati, mescolando colori e fantasie diverse tra sopra e sotto. Il bikini diventa un gioco, meno serio e molto più colorato.

Con l'esplosione dei social media, l'estetica del bikini cambia radicalmente. Da una parte tornano di moda i modelli "high-waisted" (a vita alta) degli anni '50 e degli anni '80, amati per la loro capacità di modellare la figura con un tocco retrò ed elegante. Dall'altra, grazie all'influenza delle influencer, esplode il trend del micro-bikini e del ritorno della brasiliana e del perizoma, portando all'estremo il concetto di "coprire il meno possibile".


Come mai il Bikini ebbe successo?


Quando nel 1946 il bikini fu introdotto, creò qualcosa che mancava al genere umano, specialmente quello femminile: la libertà. Una donna poteva votare, ma la cosa finiva qua. Una donna non lavorava (anche se poteva), per pressioni sociali da ogni direzione, e doveva rispettare etichette di comportamento in pubblico (ed anche in privato) molto restrittive.


Con il bikini, per la prima volta, un uomo dava di fatto alla donna la possibilità di scegliere. Fino a quel momento le donne indossavano costumi di cotone coprenti, ingombranti e fastidiosi, specialmente quando erano bagnati. Purtroppo quella era la moda che gli uomini proponevano e le donne accettavano.

Con il bikini, la donna poteva essere a suo agio in spiaggia o in piscina, senza avere il timore di avere un paio di tonnellate di costume di cotone bagnato. Non c'era nessun obbligo. Semplicemente una donna aveva ed ha ancora la scelta: se voleva il decoro, il costume tradizionale era l'opzione, altrimenti si indossava il bikini.


Il bikini era anche la manifestazione di un universo femminile in fermento. Si lottava per i diritti civili, quelli morali e per il controllo del proprio corpo. Un indumento che rivelava così tanto del corpo femminile era il perfetto manifesto: in una società dove una donna doveva nascondersi, il bikini era esattamente il contrario.


Il lato oscuro.


Il bikini è libertà e scelta. È un concetto stupendo, ma a che prezzo?


Mi spiego. Il bikini ha dato alle donne la libertà di movimento e di fare del proprio corpo quello che si voleva. Tuttavia si vive ancora in una società di mentalità "patriarcale", sia dalla parte maschile, sia dalla parte femminile. Quando si parla di vestiario femminile ci sono degli standard di bellezza fisica che vengono rispettati. È conoscenza generale che certi vestiti possono essere messi solo da determinate persone, per via dell'altezza, del peso o della forma del fisico in generale.


Questa limitazione colpisce anche il bikini. Purtroppo, in guerra non si fanno prigionieri. Quando nel 1946 il bikini fu inventato non si è tenuto conto di quello che una donna deve fare per gestire il bikini.


Il primo grande problema è il peso. Brutto da dire e da leggere, ma una donna di centoventi chili ed una che ne pesa 50 risultano molto diverse quando indossano un bikini. La società, purtroppo, applica pesi e misure differenti: quello che su un fisico atletico appare armonioso, su un corpo più robusto scatena spesso il giudizio impietoso degli altri, delle altre e di se stesse.

Con questa idea nel cervello, ogni donna, già da gennaio, dopo i bagordi delle feste e i dieci chili presi in due settimane, si fionda in palestra, suda e si rimane a digiuno, solo per raggiungere un obiettivo: la prova costume. Quei bikini comprati l'anno prima devono ancora stare bene. Non è una questione di risparmiare soldi. È solo la dimostrazione di avere ancora il fisico per indossarli e non si è cambiate per nulla da un anno all'altro. Non è un caso che subito dopo Capodanno, salta fuori gente con diete miracolose, corsi di fitness rivoluzionari e che cresca quella folle corsa alla perdita dell'ultimo chilo. Quel bikini deve essere ancora indossabile, costi quel che costi.


L'altro problema che nel 1946 si è dimenticato di prendere in considerazione è il pelo. La società è molto chiara a riguardo (sia che si sia uomini o che si sia donne): se una donna mostra della pelle, quella pelle deve essere liscia e senza imperfezioni. Se non fosse così la cosmetica e i centri estetici non esisterebbero, eppure sbucano come funghi.

È imperativo toglierseli quei peli. Finché si è nel periodo settembre/marzo ci si salva: fa freddo e ci si copre. Le uniche persone che vedranno quel pelo sono la donna stessa e il partner. Da marzo a settembre la cosa si fa complicata. I vestiti pesanti rimangono nell'armadio, quelli che si indossano diventano trasparenti e corti. La pelle che viene esposta diventa sempre di più e non c'è modo di nascondere il pelo.


La primavera e l’estate sono il paradosso perfetto: il momento migliore per godersi la libertà e il peggiore per la schiavitù estetica che impongono. Tra il dolore della ceretta, i costi del laser e la dieta dell'ultimo minuto, la lotta per apparire lisce e in forma è un pedaggio obbligatorio per attirare sguardi di approvazione invece che di giudizio. O elimini il clandestino a bordo, o quel centimetro di stoffa ti farà passare una pessima giornata.


Piccole riflessioni.


Se fossi una donna, amerei o odierei il bikini? Probabilmente entrambe le cose.

Lo amerei perché è il simbolo di una libertà conquistata a colpi di scandali; un pezzetto di stoffa che ha disintegrato secoli di tabù, permettendo alle donne di riappropriarsi del proprio corpo e del sole. Lo odierei perché, ammettiamolo, è un giudice spietato: non nasconde nulla, dai peccati di gola invernali a quel "pelo clandestino" che spunta quando meno te lo aspetti.


Il bikini non è solo un indumento; è un’esplosione che continua ancora oggi. È quella sottile linea tra l’essere osservata e l’essere libera. Noi uomini continueremo ad ammirarlo per la sua estetica, ma dovremmo farlo con un pizzico di rispetto in più, consapevoli che dietro quei pochi centimetri di tessuto c'è una storia millenaria di rivoluzione.


Benedizione o maledizione? Forse il segreto è non sceglierne nessuna, ma limitarsi a indossare quella libertà, con o senza qualche caloria di troppo. In fondo, come ci insegna la storia, l'importante non è quanto copre il costume, ma l'audacia di chi lo porta.


M.




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