Donald Trump.
- Mauro Longoni
- 30 mar
- Tempo di lettura: 34 min

Ucraina, Gaza e Iran. Che cosa hanno in comune queste tre nazioni? Oltre ad essere state di recente, o essere ancora, al centro dell'attenzione mediatica per via di guerre violente e sanguinose, c'è un'altra cosa che hanno in comune. Si tratta di un uomo vecchio, con un linguaggio comunicativo discutibile, ma efficace, e con un taglio di capelli che dovrebbe essere dichiarato crimine contro l'umanità. Sì, sto parlando dell'unico e inimitabile (meno male) Donald J. Trump.
Il buon vecchio Donald sa come farsi notare. Peccato solo che i motivi per cui si parla di lui non siano proprio granché. È una vita davvero piena di eventi, sia dentro che fuori dall'arena politica. Oggi ho proprio voglia di parlare di una di quelle personalità che è difficile ignorare... anche perché, se la ignori, ti sgancia missili sul muso e tu finisci a giocare a scacchi con San Pietro.
Chi diavolo è Donald Trump?
So che tutti sanno chi è, ma solo di nome e per quello che leggiamo oggi. Ma conosciamo davvero tutto di lui? No, credo proprio che non lo conoscete. È un genio ed un folle allo stesso tempo.
Trump è nato negli anni '40 in una famiglia ricca. Suo padre, Fred Trump, era già un costruttore di successo specializzato in complessi residenziali per la classe media a Brooklyn e nel Queens. Questo permise alla famiglia di inserirsi e stabilizzarsi nella parte di società che decide e spende. Dopo aver terminato le scuole, Donald non ha fatto altro che seguire le orme del padre, diventando anche lui un costruttore. Grazie ai soldi che il padre gli diede per cominciare la sua carriera, cominciò la sua scalata che, da lì a qualche decennio, lo avrebbe portato sul tetto del mondo.
Prima della Politica.
Anni '80.
Gli anni '80 sono stati il grande decennio per Trump. Forse il migliore di tutta la sua vita. Piccolo dettaglio storico: tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, New York rischiava il default. Per tutti era un periodo di attesa, ma non per Trump. Quello che fece negli anni del Walkman fu sfruttare la crisi appena finita a New York, per cavalcare il rilancio dell'economia, ridando alla "Grande Mela" quell'idea di ricchezza e mondanità che l'ha sempre contraddistinta. L'idea era solo una: lusso. Trump approfittò di agevolazioni fiscali enormi (come l'esenzione decennale per il Grand Hyatt) per costruire in un momento in cui gli altri avevano paura di farlo.
La costruzione e l'apertura della Trump Tower (la definizione di lusso alla Trump) proprio a New York, doveva essere il manifesto delle sue intenzioni. Quei marmi rosa e quella cascata di 25 metri all'entrata dovevano comunicare non solo che New York era la città dove stare, se si voleva ambire al successo, ma serviva a proiettare un'immagine di potere assoluto, diventando il simbolo del "lusso aspirazionale".
New York non fu l'unico obiettivo: Atlantic City fu il secondo target. L'idea era solo una: rendere quella parte del New Jersey la seconda Las Vegas. In pochi anni aprì il Trump Plaza, il Trump Castle (madonna mia l'inventiva dei nomi) e il colossale Taj Mahal. Grandi opere, progetti ambiziosi, ma che avranno lati oscuri.
Gli anni '80 furono anche un momento "letterario" per Trump. In primo luogo nel 1987 fece pubblicare "The Art of the Deal," un libro in cui Trump teorizzò la "iperbole veritiera", ovvero l'idea che un po' di esagerazione innocente sia una forma efficace di promozione. Cosa che stiamo vedendo dal 2016 a questa parte in ogni sua uscita pubblica. Quel libro ebbe così tanto successo che lo trasformò nel consulente di business preferito dall'America dell'era Reagan, un uomo che incarnava il sogno americano del "self-made man". E quell'immagine era giustificata agli occhi del pubblico da quella torre a New York, fatta di marmi, cascate e il suo nome scritto enorme sulla facciata. Come ho detto all'inizio, una buona parte dei soldi usati (capitale iniziale e le garanzie bancarie) provenivano dall'impero del padre Fred. Ciò non toglie che quei dollari sono stati moltiplicati nel corso della sua vita.
La parentesi letteraria non finì certo lì. Andò anche oltre. Nel settembre 1987 spese quasi 100.000 per comprare intere pagine di giornali nazionali (come il New York Times) per pubblicare "lettere aperte" in cui criticava la politica estera americana, accusando alleati come il Giappone e l'Arabia Saudita di approfittarsi degli Stati Uniti, non pagando abbastanza per la protezione militare a stelle e strisce. Fu la prima volta, e di sicuro non l'ultima, che il pubblico sentì parlare di temi che sarebbero diventati centrali decenni dopo. La cosa comica è che al tempo usava i giornali per farsi autopromozione politica, senza dire "ah, i giornali propagano Fake News!" È un classico degli uomini di potere: se si parla bene, si è dei luminari del giornalismo, se si parla male si è la feccia peggiore della società.
Fra edilizia e letteratura, negli anni '80, Trump era un uomo dannatamente conosciuto e potente. Ma c'era anche un'altra persona che lo aiutò a diventare l'uomo che era ed è tutt'ora: la sua prima moglie, Ivana Trump. Donald ed Ivana erano la coppia reale di New York. Praticamente erano ovunque. Partecipavano a ogni evento di gala, dal Met Gala alle prime di Broadway, occupando costantemente le colonne dei tabloid come il New York Post. Erano come Carlo e Diana in Inghilterra quanto a popolarità. Non solo Ivana ebbe un ruolo chiave nel gossip, ma fu fondamentale nella gestione degli affari di Donald. Fu lei a selezionare e gestire gli interni degli hotel (come il Plaza, acquistato nel 1988), contribuendo a creare quell'estetica sfarzosa che oggi associamo al nome Trump. Senza quella donna, Donald non avrebbe raggiunto le vette stellari di popolarità che ebbe e non avrebbe ottenuto quell'immagine di sfarzosità che circondava il suo nome.
Negli anni '80 Donald Trump fece qualcosa che a pochissimi, forse a nessuno, riuscì: elevare il suo nome da semplice nome a un brand di lusso.
Anni '90 e il dramma del Black Jack.
1990-1995: le carte ti sono nemiche.
Poi arrivano gli anni '90. Come tutte le grandi ascese, le prime ombre appaiono. E quelle ombre provengono da Est, da quella città che avrebbe dovuto oscurare la città delle luci nel Deserto. Per quanto Atlantic City fosse un'opportunità in principio, per Trump si sarebbe rivelata una bomba pronta a scoppiare in mano.
Tutto partì dal Taj Mahal. Certo, fu costruito negli anni '80, ma il problema fu il come fu finanziato. Andiamo con ordine.
Il Taj Mahal aprì le porte il 2 aprile 1990 con una cerimonia in pompa magna. Fu un successo di pubblico immediato, ma un disastro strategico.
Primo problema: Per pagare tutto quello sfarzo, 1.250 camere, cupole d'oro e un casinò dalle dimensioni colossali, Trump emise i famigerati junk bonds (obbligazioni spazzatura) con tassi di interesse al 14%. Se si tiene conto che è costato 1,1 miliardi di dollari, fate un po' voi i conti di quanti interessi erano da pagare. Per non parlare di tutti i costi di gestione. Per disinnescare quella bomba, l'edificio doveva incassare 1 milione di dollari al giorno, solo per essere alla pari.
Secondo punto: invece di attirare nuovi clienti ad Atlantic City, il Taj Mahal "rubò" i giocatori dagli altri due casinò di Trump (il Trump Plaza e il Trump Castle). Trump stava praticamente facendosi concorrenza da solo. Colpo di grazia, e di sfortuna, fu che l'apertura coincise con l'inizio di una recessione negli Stati Uniti, che ridusse drasticamente la spesa dei turisti.
Solo 15 mesi dopo l'apertura, nel 1991, il Taj Mahal dichiarò bancarotta assistita. Per evitare il sequestro totale da parte delle banche, Trump dovette cedere il 50% della proprietà ai detentori delle obbligazioni e vendere asset personali, tra cui il suo yacht (il Trump Princess) e la sua compagnia aerea (la Trump Shuttle). Trump riuscì a mantenere il suo nome sull'edificio e a restare amministratore, convincendo le banche che "il brand Trump" era l'unico modo per attirare ancora gente e recuperare i soldi. Giusto per la cronaca, il Taj Mahal restò in vita come casinò fino al 2016. Ora è un "Hard Rock Hotel & Casino".
La cosa mica finì lì. Il Taj Mahal fu un buco nero che risucchiò tutto. L'anno dopo, nel 1992, dichiararono bancarotta anche il Trump Plaza Hotel, il Trump Castle e persino l'iconico Plaza Hotel di New York. Un solo passo falso da 1,1 miliardi di dollari del tempo e le finanze si fecero molto strette. L'immagine di un Trump infallibile svanì, facendo credere alla gente che la grande stella di Trump non fosse più luminosa come fosse prima. Nei primi anni '90, Trump era sommerso da circa 3,4 miliardi di dollari di debiti aziendali e quasi 900 milioni di debiti personali. Le banche (Citibank in testa) gli imposero un limite di spesa personale: non poteva spendere più di 450.000 dollari al mese (che per lui era quasi un'umiliazione).
A questo punto si pensava che Donald Trump fosse finito, un imprenditore mediocre con un ego smisurato. Poveri sciocchi! Nel 1992 non avevamo ancora visto nulla.
Quando tutti lo davano per spacciato, Trump fece una mossa geniale. Quotò in borsa la sua società di casinò (Trump Hotels & Casino Resorts) con il ticker "DJT". Questo gli permise di raccogliere capitali dal pubblico e scaricare parte del suo debito personale sulla nuova società quotata. Della serie "il mondo mi paga i debiti, mentre io incasso". Praticamente quello che fece con i dazi nel 2025. Nello stesso anno, comprò per una cifra ridicola (meno di 8 milioni) l'edificio al 40 di Wall Street. Ci arriveremo più tardi a questo edificio.
Primo lustro degli anni '90: un disastro su tutta la linea.
1996-2004: I am back, baby!
Una volta che i problemi furono non risolti, ma dimenticati dall'opinione pubblica, la ricostruzione dell'immagine pubblica poteva partire. Ora, da parte di un uomo sveglio e di successo come lui, uno si aspetta qualcosa di grandioso, geniale o incredibile. Si vendeva come uomo incredibile, ci si aspetta una rinascita con lo stesso tono. Trump fa qualcosa di assolutamente tanto geniale, quanto spiazzante: prima compra la figa, poi insulta chiunque. Suona folle, ma fu letteralmente quello che successe.
Nel 1996 acquistò i diritti dei concorsi di bellezza Miss USA e Miss Universe. La mossa aveva due obiettivi: espandere la sua influenza nel mondo dello spettacolo e ripulire l'immagine di "fallito cronico" per proiettare un'idea di successo, bellezza e potere globale. E cosa meglio di una bella donna per diffondere tale messaggio? Perché sappiamo tutti che una bella donna è il "trofeo" finale di ogni uomo di successo.
Non solo, vi ricordate l'edificio al 40 di Wall Street? Beh, quello fu un colpo di genio. Si trattava di un elefante bianco in rovina, un edificio di 71 piani che nessuno usava. Come sappiamo, lo acquistò per otto milioni, nulla praticamente, e lo ristrutturò nei mesi successivi per 35. Grazie alla ripresa di Wall Street della fine degli anni '90 quegli uffici che nessuno voleva divennero ambitissimi. In pochi anni, il valore dell'edificio passò da 8 milioni a oltre 500 milioni di dollari. Quell'affare si trasformò in uno dei suoi investimenti immobiliari di maggior successo. Come per dire: "visto? Sono comunque il numero Uno! Un paio di casini non mi fermeranno di certo!"
Nel mentre, ha lavorato "nell'ombra" per ricostruire il suo impero. Nel 1999 apre il suo primo campo da golf, il Trump International Golf Club a West Palm Beach. Capisce che il golf è il veicolo perfetto per il suo target: persone ricche che vogliono sentirsi parte di un club esclusivo. Nel 2001 inaugura la Trump World Tower, un grattacielo residenziale altissimo davanti all'ONU, e nel 2002 inizia la conversione del Delmonico Hotel in Trump Park Avenue.
Nel mentre non disdegna apparizioni televisive. Trump "scalda i motori" con continui cameo in film e serie TV (Mamma ho riperso l'aereo, Sex and the City, Zoolander). Ogni apparizione serve a ricordare al pubblico: "Io sono l'uomo più ricco e potente di New York", anche quando i suoi conti gridavano il contrario.
Trump ha rielevato la sua immagine sociale grazie alla bellezza femminile e alla violenza mentale. Trump è la rappresentazione del popolo americano. Per non parlare del fatto che il pubblico pensa "cavolo, nonostante tutto, Trump cade sempre in piedi! Non perde mai!"
2004 - 2015 - L'allenamento e l'educazione di massa.
Fra il 2004 e il 2015 sono anni "tranquilli" se paragonati al dramma degli anni '90. Certo, nel 2004 e 2009 ci furono altre due dichiarazioni di bancarotta e ci furono anche ristrutturazioni del debito da affrontare. Ma nulla di fuori di testa come il decennio precedente. Qui la parola d'ordine è solo una: essere ovunque. Trump cerca in tutti i modi di entrare nel cervello di chiunque e nelle case di ogni singolo americano.
Comincia con "The Apprentice". Il reality è la classica autocelebrazione della sua grandezza come imprenditore davanti alle telecamere (lo stesso imprenditore che vide fallire il progetto Atlantic City in maniera spettacolare). Ce lo ricordiamo questo reality show, vero? Difficile da dimenticare. Trump aveva un solo compito: insultare chiunque e licenziare chi non era all'altezza. L'esclamazione "You're fired" riecheggia ancora nel mio lobo temporale dal 2004.
Il reality show è il mezzo perfetto per scrivere la retorica intorno a Donald Trump. In quegli anni impara a stare davanti alle telecamere, cosa fondamentale se si vuole avere il potere. Quello show è diventato il simbolo di quello che sarà Trump negli anni. Lì ha imparato a dominare le conversazioni, a interrompere gli avversari e a creare soprannomi sprezzanti (una tecnica che userà ferocemente in politica), come mezzo per abbassare la concorrenza ed elevare se stesso.
Inoltre, quello show gli frutta milioni in cachet e, soprattutto, rendeva il suo nome una licenza d'oro. Il successo globale di "The Apprentice" fa sì che Trump inizi a vendere il marchio "Trump" a costruttori in tutto il mondo (Istanbul, Panama, Manila) senza metterci un dollaro di tasca propria: metteva solo il nome e incassava le royalty. In questo momento mise in pratica quello che apprese con Atlantic City, trovando un modo per incassare, senza spendere un centesimo.
Quell'attenzione mediatica era assolutamente da sfruttare non solo nell'edilizia. C'erano anche altri ambiti economici dove il nome Trump non era presente. Quando Donald lo scoprì, fece l'unica cosa che sa fare: prendersi una fetta di quei mercati.
Trump investe nell'istruzione con la "Trump University" nel 2005. Non era una vera e propria università, ma un programma di corsi immobiliari. Purtroppo la maledizione Trump colpì anche qua, dato che il progetto finirà al centro di una pesantissima causa legale per frode, conclusasi con un risarcimento di 25 milioni di dollari dopo la sua prima elezione.
Poi prese per la gola gli americani. Con la Trump Steaks e Trump Vodka tenta di dominare anche il mercato alimentare. Incredibile che dovette anche dare un nome alla carne. Molte di queste imprese falliscono nel giro di pochi anni, ma servono a mantenere la sua faccia sui giornali.
E poi abbiamo l'intrattenimento per eccellenza. Partecipa attivamente a WrestleMania. Incredibile e grottesca la faida con Mr. McMahon su "chi lo aveva più grosso" (intendo il conto in banca). Qui impara a gestire le folle delle 'arene', a recitare una parte e a capire cosa vuole il pubblico dei sobborghi americani: spettacolo, cattivi da odiare e un eroe spaccone che vince sempre. Qui capisce che lui deve essere buono in casa e stronzo fuori, un dettaglio fondamentale per la politica da presidente in tutti e due i suoi mandati: l'abbraccio protettivo verso l'elettore medio e il pugno di ferro (o di Twitter) contro il resto del mondo.
Parlando di Twitter, in questo periodo scopre che la comunicazione digitale è qualcosa di davvero potente. Quindi comincia a usare Twitter come se non ci fosse un domani. Dice la sua su ogni cosa, qualunque cosa sia. Faceva quasi paura quanto fosse attivo. Mentre gli altri politici usavano i social per fare comunicati stampa noiosi, lui li usava per fare rissa. Ha trasformato Twitter nella sua versione personale di The Apprentice h24. Il momento più alto della sua carriera social fu quello di abbracciare una teoria (la "Birtherism"), proveniente da una frangia di bianchi suprematisti, che affermava che Obama fosse africano, non americano, quindi non degno di essere presidente. Anche io che vivevo in Italia al tempo, seguivo con interesse quella vicenda. Non per sapere se Obama fosse americano o meno, ma quanto potesse essere stupida una frangia di americani troppo grossa per essere vera. Questa battaglia non era una semplice ricerca della verità (che non c'era), ma un test di fedeltà. Trump stava dicendo ai suoi futuri elettori: "Io sono l'unico che ha il coraggio di dire quello che voi pensate al bar". E funzionò... per ben due volte.
2016 e la prima volta da "ultimate boss".
Lui Vs tutti i repubblicani.
Da quel momento, l'immagine del businessman di successo è entrata nel cervello di tutti. I fallimenti edilizi sono lontani, i debiti ben nascosti e ora Trump è l'immagine del sogno americano che incarna tutto quello che l'America dovrebbe essere: potere, libertà, ricchezza e forza. Ora tutti vedono Trump come quasi un profeta che parla la voce del popolo. Era sì un ricco, ma era anche un uomo del popolo. O almeno così era percepito. Sappiamo che non è proprio così, ma al popolo non frega nulla di vedere le ombre, se la luce è accecante.
Trump spese 15 anni (dal 2000 al 2015) a crearsi questa immagine. Fra TV e social diventa un fenomeno mediatico di proporzioni enormi. Questa ascesa è paragonabile quasi a quella degli anni '80, fatta di successi in successione. A quel punto, l'unico posto dove tutta quella popolarità poteva servire era solo uno: Washington. Ormai i tempi erano maturi per la discesa in campo in politica dell'uomo più discusso in America.
Nel 2015, i repubblicani stavano cercando un candidato per le elezioni del 2016. Dopo 8 anni di Obama, dove i democratici hanno governato gli Stati Uniti ininterrottamente, i repubblicani erano alla ricerca (anzi erano in disperato bisogno) di un candidato forte, carismatico e che potesse finalmente sbaragliare la concorrenza democratica. Ecco che, colpo di genio (o di follia), Trump vide quell'opportunità che inseguiva da almeno 30 anni e si gettò a capofitto.
Questa è la parte incredibile della storia: i repubblicani non vollero Trump in principio. Quel messaggio con cui Trump si candidava alle primarie repubblicane (il famigerato video dentro la Trump Tower, dove su una scala mobile urlava slogan razzisti quali "Portano droga, portano crimine, sono stupratori"), fu un'idea di Trump. Nessuno fra i repubblicani bussò alla porta di Donald. Anzi, i repubblicani non solo avevano già i loro candidati come Ted Cruz e Marco Rubio, ma vedevano Trump come un fenomeno da baraccone. Per non parlare del fatto che all'interno del partito nacque un movimento anti-Trump "Never Trump" per cercare di favorire altri candidati come Ted Cruz, Jeb Bush e Marco Rubio.
L'illusione che qualcuno lo avesse scelto nasce dal fatto che Trump parlava a una base di elettori che si sentiva abbandonata dai soliti politici. Non è stato il partito a chiamarlo, ma la folla. Lui ha sentito il "vuoto" lasciato dai politici tradizionali e si è tuffato dentro.
Trump finanziò fin dall'inizio tutta la sua campagna elettorale per le primarie come outsider. Da quel momento, tirò fuori tutto il repertorio imparato con "The Apprentice", per fare a pezzi la concorrenza. Durante tutti i dibattiti non andò mai dentro al merito del suo programma elettorale (programma che di fatto non esisteva), ma andò contro i candidati, distruggendo la loro immagine pubblica. Fra "Low Energy" Jeb, "Little" Marco & "Lyin'" Ted fece partire una campagna per far rivoltare gli elettori repubblicani contro l'establishment, per farli attraccare al porto della novità, che era Trump, fatta di nazionalismo puro, razzismo velato e quel senso di quasi chiamata divina al comando del mondo.
Alle primarie Trump sembrava non avere chance. Era lui contro 17 candidati, alcuni dei quali vere e proprie macchine elettorali, come Jeb Bush o Ted Cruz. Sappiamo tutti come andò quella elezione. Trump vinse. Dire che Trump vince è anche riduttivo. Trump fu la bomba atomica e il partito repubblicano Hiroshima. Trump polverizzò il record precedente di voti ricevuti in una primaria repubblicana, ottenendo circa 14 milioni di voti. Il secondo classificato, Ted Cruz, si fermò a circa 7,8 milioni.
Nelle primarie americane non contano solo i voti, ma i "delegati" che poi ti votano ufficialmente alla Convention. Per vincere la nomination ne servivano 1.237. Trump ne ottenne 1.441, Ted Cruz ne ebbe 551, Marco Rubio solo 167.
Trump vinse in 36 Stati su 50. La cosa incredibile fu che riuscì a sfondare in ogni categoria: vinse tra i conservatori religiosi del Sud, tra i moderati del Nord-Est e soprattutto tra i colletti blu del Midwest.
Esiste una sola parola che descrive tutto ciò: plebiscito. Trump fu il Big One dei repubblicani. Dimostrò che i soldi non servono a nulla, se hai una personalità piatta come un foglio e non sai parlare alla gente, toccando le corde giuste.
Alla vista di tale disastro, perché di disastro si trattò (anche se fu mascherato da successo) i repubblicani dovettero fare buon viso a cattivo gioco e nel 2016 annunciarono Trump come il candidato che avrebbe corso per la Casa Bianca a novembre di quell'anno.
Trump Vs Clinton.
La sfida elettorale non sarebbe stata facile. Di fronte avrebbero avuto Hillary Clinton, donna di esperienza, potente ed appoggiata dalle famiglie e personalità più forti in America. Lei era la definizione di politica, con appoggi nelle zone strategiche del paese, come l'intrattenimento in generale. Inoltre era la prima donna come candidata alle elezioni, un fatto storico in America. Trump avrebbe dovuto combattere contro i media, contro la politica stessa e contro quel sentimento di odio presente contro di lui in grandi parti dell'america, specialmente quella benestante che aveva i mezzi per potergli fare una campagna elettorale e di denigrazione personale durissima, dato che nelle elezioni politiche "tutto è lecito".
Quella campagna elettorale me la ricordo ancora. Fu qualcosa di incredibile. Da una parte Hillary, che rappresentava la competenza, la preparazione e l'establishment di Washington; dall'altra Trump, che rappresentava il caos, il bullzoder, la rottura e il "sentimento" popolare. Quei mesi non avevano nulla a che fare con una dialettica politica fra persone adulte. Sembrava di vedere una coppia durante una causa feroce di divorzio.
La chiave di lettura per quelle elezioni fu Trump stesso. Trump ha buttato tutto sulla rissa da bar verbale. Non aveva un vero programma elettorale. La sua strategia si basava sull'insultare Hillary Clinton per ogni cosa, anche per il fatto di essere donna, e sul divulgare quella idea incredible e del tutto astratta dell "Make America Great Again", dando la colpa del "declino morale ed economico" del paese al fatto che gli Stati Uniti collaborava con il mondo, invece che dominarlo. Per Trump il fatto che si parlava e si trattavano i partnet Commerciali e militari alla pari, invece che bombardare ed uccidere, per risolvere i problemi del mondo, era quasi una vergogna. Era palesemente una trappola.
Quello che Hillary Clinton doveva fare era ignorare Trump ed andare nel merito del suo programma. Invece è cascata nella trappola a pié pari. Come si dice: "mai competere con uno stupido, perché ti porta al suo livello e ti batte con l'esperienza".
Iconico fu il confronto elettorale televiosivo quasi leggendario del 26 Settembre 2016. Tutti, ma proprio tutti, aspettavano quello scontro. Era la prima volta che Hillary e Trump si scontravano faccia a faccia, dopo mesi di insulti e colpi bassi a distanza. Chiunque voleva capire come i due si sarebbero comportati. Da una parte Hillary doveva competere con un mostro della presenza scenica come Trump, mentre Trump doveva elargire quell'aura da presidente. Beh, quello che ottenemmo fu una caciaria meravgliosa. dove più che un dibattito sembrava uno scontro fra polli, dove uno si scagliava sull'altro. La sola differenza è che Trump si muoveva agile su quel terreno, vista la sua esperienza personale ventennale nell'insultare il prossimo per vincere. Hillary, abiutata a salotti politici fatti di caviale, champagne e finto perbenismo, non sapeva come girarsi e ha preso schiaffi uno dopo l'altro. Leggendario fu il passaggio delle tasse, dove HIllary ha accusato Trump di evadere le tasse e Trump, in tutta serenità lo ha confermato, dicendo che stava usando un sistema che i democratici stessi avevano creato, per avvantaggiare i propri elettori (amici) ricchi.
Trump mediaticamente ne è uscito vincitore, mostrando una sicurezza e una dialettica che Hillary non ha avuto. Però la vittoria di uno o dell'altro era comunque in bilico. Sia da una parte, che dall'altra, nell'ultimo mese di campagna elettorale ci fu una movimentazione generale per far vincere questo o quel candidato. I democratici avevano tutta l'establishment, mentre i repubblicani avevano i lavoratori, anche i cosidetti "Blue Collar" (generalmente dermocratici), che sostenevano Trump, accusando i democratici di essere lontani dalla realtà. Fu una campagna brutale. Anche io, in Germania, percepivo la brutalità sui social.
E poi arrivò la notte dell'8 novembre. I sondaggi davano Hillary vincente al 90%. I giornalisti avevano già pronti i titoli sulla 'Prima donna Presidente'. Anche i Bookmakers erano in difficoltà nel far piazzare le scommesse. Tutti avevano una sola idea in testa "Trump non diventerà mai presidente! Gli americani sono migliori di questo!" La sicurezza era quasi matematica che i democratici avrebbero vinto. L'affluenza fu da record e fu una delle più sentite elezioni fino a quel momento.
Quella notte fu una delle peggiori notti in America per una parte, meravigliosa per l'altra. Quando i primi risultati, cominciarono ad apparire, i numeri scioccarono tutti: Trump davanti. Mentre i grandi network aspettavano i dati delle città illuminate, l'America profonda — quella dei campi di grano e delle fabbriche chiuse — stava votando in massa. Tuttavia era ancora molto presto, la notte e lunga e tutto poteva succedere. Poi arrivarono anche i voti delle grandi città. La "Blue Wall" (nota per essere una roccaforte democratica) cadde. Città come Michigan (Vinto per soli 10.704 voti, lo 0,2% di scarto), Wisconsin (Vinto per circa 22.000 voti, lo 0,7%) e Pennsylvania (Vinto per circa 44.000 voti, lo 0,7%) divennero rosse.
A mezzanotte, il silenzio scese nei quartier generali democratici. Tutti sapevano cosa era appena successo. Sebbene Trump avesse preso meno voti in totale, aveva vinto dove era necessario. Quella 'scala mobile dorata' del 2015 non era più una barzelletta, ma l'inizio di un incubo per i democratici.
Donald J. Trump, l'uomo dei debiti, dei reality e dei concorsi di bellezza, era il 45° Presidente degli Stati Uniti d'America. Il reality era diventato, ufficialmente, la realtà di tutti.
2017-2021: Il caos.
Il post elezioni fu drammatico. All'inizio, Hillary Clinton non volle accettare la sconfitta. Per lei, e per tutti i democratici, perdere è stata una doppia beffa. La prima è perdere contro Donald Trump, un uomo che di politica non sa nulla, la seconda è quel risultato: avere più voti, ma perdere per i grandi elettori fa davvero male. Tuttavia i dati furono confermati e la Clinton non dovette fare altro che accettare la sconfitta, nonostante l'america dei potenti è stata tutta dietro di lei. Da quel giorno Hillary sparì per sempre. Quella fu una botta morale e politica da KO tecnico.
Quei quattro anni furono qualcosa di incredibile. La parola chiave qui è una sola: one-man-show. Lui era al potere e nessun'altro poteva dire qualcosa. In quei quattro anni ha mandato in paranoia chiunque con le sue immense giravolte. Prima diceva una cosa, poi un'altra, poi un'altra ancora. Ci si svegliava la mattina e non si sapeva se si era in pace, in guerra o se si poteva ancora andare a lavorare ed essere "ricchi" abbastanza da poter sopravvivere. Già dal suo insediamento parlò di "carneficina americana", come a dire "ora faccio a pezzi tutto quello che non mi piace, ricostruendolo a mia immagine e somiglianza!"
Politica estera.
La prima grande mossa politica fu il "Muslim Ban". In poche parole, chiunque provenisse da certi paesi arabi, non sarebbe entrato in America. Si parla di quei paesi dove il terrorismo era altissimo (ricordiamoci che in quel periodo Lo Stato Islamico tagliava le teste e bruciava vivi gli occidentali in diretta). Caos negli aeroporti. Chi arrivava, veniva sistematicamente bloccato e chi partiva non si sapeva se faceva ritorno. Mossa stupida vista adesso, perché c'erano anche arabi europei che viaggiavano tranquillamente in America, senza che nessuno controllare poi così a fondo.
I dazi calarono come la manna del boia. Nessuno fu risparmiato. L'europa fu toccata, ma lievemente, come anche Messico e Canada. Mentre la Cina fu martoriata. In quei quattro anni ci fu quasi una guerra economica fra Washington e Pechino. Ogni giorno sembrava di stare nella Scena finale di "Una poltrona per due", dove i due protagonisti di divertivano a manipollare i broker. Si sentivano minacce di ogni genere, si applicavano dazi incredibili, per poi ritrattare tutto una settimana dopo con un semplice accordo. Si passava da Trump che, su Twitter, urlava contro i cinesi a toni di elogio per la grandfe economia cinese.
Ho parlato di Messico, ma quanto è bello quel muro al confine? Questo è sicuramente quello che Trump pensa ogni volta che vede quello spreco di tasse sul confine meridionale. Migliaia di chilomentri di cemento e filo spinato, per tenere lontana la droga dalle strade. Peccato che i cartelli sono così grandi che potrebbero occupare una nazione. Un muretto non li impensierisce proprio per nulla. Però, per il popolo, il muro salverà l'America. Ricordo ancora quell'immagine, dove furuno costruiti diversi tipi di muro che il Presidente doveva esaminare per scegliere quello migliore, quasi come in un negozio di porte e finestre.
Poi abbiamo la Corea del Nord. In quel periodo incredibile, la Nord Corea propagandava il fatto che stavano sviluppando l'atomica e che erano già ad uno sviluppo avanzato. Per fortuna che Trump in quel periodo era appassionato di Twitter, quindi invece che uccidere il Leader Supremo, preferiva scrivere su twitter che "lui aveva il bottone (atomico) più grande di tutti". Solo noi uomini possiamo buttarla sulle misure, anche quando si parla di potenziale disatro atomico. Il termine "Little Rocket Man" è un pezzo di storia incredibile. Ma, come ogni altro aspetto di quella presidenza, si dice una cosa ne fa un'altra. Trump insulta Kim-Jong-Un si internet e poi lo incontra a Singapore, incontro solo per i fotografi e per i libri di storia, dato che di concreto non si decise nulla.
Passiamo al Medio Oriente. Si, il "Muslim Ban" era attivo, ma qua ci si sposta in zona Israele. Qui fece effettivamente qualcosa di buono. Si mise d'impegno e fece firmare ad Israele e ad altri paese del Medio Oriente "Gli Accordi di Abramo", che avrebbe dovuto portare stabilità in un polveriera. La cosa bella è che fu qualcosa di molto rapido ed efficace...fino al 2026...
Ultima mossa, ma non per importanza, fu l'uscita dagli accordi di Parigi sul clima. Per lui, come per altri movimenti di ultra destra in Europa, il cambiamento climatico era uno scherzo e che questa "invenzione" costava agli americani troppi soldi. Quindi si ritirò e riocominciò a trivellare come se non ci fosse un domani.
Politica Interna.
Dentro le mura di casa, si respirava quell'aria di supremazia bianca che non si percepiva dagli anni 50 al di sotto del Mississippi. Il momento chiave fu Charlotteville nel 2017
La famigerata frase, dopo la morte di un nero per mano di un bianco, appartenente ad un gruppo suprematista bianco, "Very fine people on both sides" (persone molto perbene da entrambe le parti), riecheggiò per tutto il mondo, dichiarando di fatto che Trump, tutto sommato, quelle frangie suprematiste facevano comodo, sopratutto dal punto di vista elettorale. E poi abbiamo George Floyd.
Della vicenda se ne è parlato per mesi. Sappiamo di cosa si tratta. Per chi vivesse sotto una roccia, si tratta dell'omicidio di un nero da parte di un poliziotto bianco. Quel momento segnò per sempre una spaccatura fra bianchi al potere e neri soppressi. Questa dinamica era presente già dagli anni '80. Il movimenti Rap-Hip/Hop dell'epoca "NWA, Ice Cube, Dr. Dre, Snoop Dogg e molti altri" emersero proprio per denunciare questa oppressione dell "uomo bianco armato". Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Insomma, prima Charlotteville e poi il caso George Floyd. Il tutto sotto una presidenza che non condannava questi fatti.
Non solo adorava i bianchi che ammazzavano i neri, giusto per sport o noia, ma anche cambiare personale, come ci si cambia l'intimo. Trump ha licenziato più collaboratori lui in 4 anni che tutti i presidenti precedenti messi insieme. Ci sono stati uomini e donne che duravano qualche giorno, come Scaramucci che durò soli 10 giorni, non per esaurimento nervoso, ma perché il Presidente una mattina si svegliò e decise che doveva essere licenziato. Quei 10 giorni in America sono diventati persino un'unità di misura, il "Mooch". Governava la Casa Bianca come il set di The Apprentice.
Per non parlare del Russiagate. Per tre anni, Trump fu accusato di avere avuto contatti con la Russia per "influenzare" la campagnia elettorale (come dissi, "vale tutto") per screditare i democratici. Le prove erano solo circostanziali, nulla di concreto, ma i democratici erano così avvelenati dalla sconfitta, che avrebbero fatto di tutto pur di buttarlo giù. E così fecero. Nel 2017 ci furono le prime indagini, nel 2019 ci fu l'accusa ufficiale e la richesta di Impeachment. Quel tentativo fallì e diede a Trump, e a tutti i suoi elettori avvelenati contro l'odio democratico nei loro confronti, la leva per elevarsi a martire del sistema che lo voleva morto, perché scomodo, dato che difendeva i più deboli dai più forti. Mai come in quel periodo l'America era divisa in due fazioni che praticamente si odiavano a vicenda, avvelenate da una retorica interna alimentata dalla politica e dalla televione (Fox News per i repubblicani, I Late Show e la CNN dall'altra).
Alla fine, giusto per non farsi mancare nulla, nel 2019 un Virus sconosciuto infetta la ciità cinese di Wuhan. In tutto il mondo si pensa sia qualcosa ristetto solo all'Asia, come è stato con la SARS. Questo virus fu diverso. Questo virus era non solo letale, ma anche dannatamente infettivo. Nell'arco di un qualche mese, da Novembre 2019 a Aprile 2020, Asia ed Europa furono messe in ginocchio. Paesi letteralmenete bloccati e chiusi, nel tentativo di arginare una pandemia che stava mettendo a dura prova il sistema sociale e medico di ogni paese.
Il culo degli Stati Uniti fu che, per qualche motivo incredibile, il Virus si espanse dalla Cina, verso l'Europa, dando così il tempo a Trump di eventualmente provare a salvarsi o ad avere un impatto morbido. Trump ignorò completamente la cosa, non ci diede peso e nell'estate del 2020 gli americani furono colpiti da qualcosa che nemmeno in Europa era presente. C'erano giorni, specialmente nella prima fase, dove morivano a centinaia di migliaia. La CNN postava ogni ora i dati sulle morti e sulla mortalità del virus. Il Dr. Fauci, direttore della Sanità nazionale Americana (SCC), divenne l'uomo più importante e il bersaglio numero uno per Trump, che reputava Fauci un truffatore e un bugiardo. Nel paese, i complottisti contro il covid-19 erano qualcosa di incredibile, alimentati dallo stesso presidente che negava tutto quello che il mondo e la comunità medica dicevano. Era come se tante più prove erano presenti sul tavolo, tanto più Trump non volesse vedere. Peccato solo che anche Trump si ammalò e, per quello che si è saputo, fu riportato nel mondo dei vivi per miracolo.
La pendemia è stato il finale perfetto per quattro anni di pura follia che finiscono nella maniera più coerente possibile: con il caos.
Il viaggio agli inferi.
Il 2020 non era solo l'anno della pandemia Covid, ma anche anno di campagna elettorale. Anche se i repubblicani quattro anni prima non avevano alcuna voglia di appoggiarlo, ora erano costretti, vista la mole di adepti che si è fatto con il motto "M.A.G.A." (Make America Great Again). Ormai non era solo uno slogan, ma una religione da seguire ciecamente.
Quella campagna elettorale era diversa, ma allo stesso tempo uguale a quella di quattro anni prima. Era uguale, perché i toni sono sempre gli stessi, diversa per due ragioni: Trump era il presidente uscente, non l'outsider (quindi aveva tutto da perdere) e il candidato era Joe Biden, ex vicepresidente durante i due governi Obama, amato da tutti i democratici e supportato dal partito e non più un target facile come una donna.
Per mesi, Trump ha fatto esattamente quello che ha fatto con Hillary: insultare e screditare Biden. Ricordiamo tutti il soprannome "Sleepy Joe". Biden, dall'altra parte, prese la lezione che la Clinton imparò quattro anni prima e ne fece tesoro. Biden condusse una campagna elettorale ignorando completamente Trump, basandosi solo sui fatti e sul proporre la sua idea politica per i quattro anni successivi. C'era anche un'altra freccia nell'arco dei democratici: Kamala Harris. La Harris è stata un grande alleato per Biden. La Harris ha fatto valere il fatto di essere donna e nera, riuscendo ad entrare nella comunità nera e nella "lobby" (se possiamo definirla così) delle donne. E le donne sono un bel po' di voti, se si riesce a convincerle.
Trump per mesi combatteva due contro uno, qualcosa di nuovo. Quattro anni prima entrambi i candidati per la Vice Presidenza sono stati inutili. In queste elezioni divennero forse il fattore determinante.
Nel confronto fra la Harris e Mike Pence, il candidato repubblicano alla vice presidenza, fu un successo per la Harris che convinse tutti. C'erano persino persone che la etichettavano come futura candidata democratica alle elezioni del 2025.
Nel confronto che contava per davvero, fra Trump e Biden, il copione di quattro anni prima era praticamente lo stesso: da una parte Trump che ha cercato di fare un One-Man-Show, interrompendo Biden ogni volta che poteva; Biden, dal canto suo, è stato professionale e presidenziale possibile, cercando di rispondere sul merito delle domande, finché, ad una certa, anche Biden non perse le staffe e, dopo l'ennesima interruzione, se ne uscì con una frase che divenne leggenda "Will you shut up, man?" (vuoi stare zitto, per favore). Nella sua compostezza ha tenuto testa a praticamente un bullo. Quel confronto lo vidi e fu snervante. Trump non solo non rispose a nessuna domanda in maniera convincente, ma fu anche assillante e snervante ogni volta che interrompeva Biden.
Le elezioni furono un testa a testa. Da una parte Trump e la sua schiera di zombie funzionali, dall'altra i democratici con la voglia di cacciare Trump dalla Casa Bianca. Fino alla fine, quella elezione fu particolare per via della pandemia. Moltissimi elettori votarono per posta. In pochi si recarono alle urne, sia per paura del contagio, sia per comodità di votare da casa. In quel 2020, si sapeva che il risultato lo si sarebbe saputo solo giorni dopo l'effettivo "Election Day".
Trump passò mesi a dire che questo sistema era truccato (nonostante lui stesso lo usasse), affermando che era un sistema per fregarlo.
La notte dell'Election Day avvenne quello che i tecnici chiamano "Red Mirage" (Miraggio Rosso). Trump sembrava in vantaggio in molti stati chiave perché i primi voti contati erano quelli di chi era andato al seggio di persona (prevalentemente repubblicani). Trump era così convinto della vittoria che alle 2 di notte, salì sul palco e dichiarò: "Abbiamo già vinto", chiedendo di fermare il conteggio. Per lui i voti ai seggi erano quelli che contavano per davvero. Ma le cose stavano per precipitare.
Tanto più i voti per corrispondenza venivano contati, tanto più il blu divenne predominante. Stati che aveva vinto nel 2016 come Pennsylvania, Michigan e Wisconsin tornarono blu. Ma il vero colpo al cuore furono la Georgia e l’Arizona, stati storicamente repubblicani che scelsero Biden.
Il risultato fu schiacciante: Biden ottenne 306 Grandi Elettori contro i 232 di Trump. Biden staccò Trump di oltre 7 milioni di voti (81 milioni contro 74 milioni). È vero che Trump polverizzò il suo record di voti del 2016, ma non bastò: gli americani andarono alle urne con un'affluenza record (66,6%) proprio per votare "contro" di lui. Purtroppo per Trump quattro anni di caos, odio e razzismo velato gli sono costati carissimo.
Se per quattro anni Trump fu la definizione di incoerenza, in quel momento fu di una coerenza spaventosa. Della serie "quando c'è da perdere qualcosa, si fa di tutto!". Come da copione già scritto, Trump non accettò l'esito, affermando ancora una volta che il voto era truccato, manipolato e falso. Lanciò la campagna "Stop the Steal" (Fermate il furto), sostenendo che ci fossero stati brogli colossali orchestrati dai democratici, dalla Cina e persino da software truccati. Quattro anni prima erano i russi a favorire Trump, ora i cinesi.
Il suo team legale, guidato da un Rudy Giuliani sempre più fuori controllo, intentò oltre 60 cause legali. Risultato? Le perse praticamente tutte. Persino i giudici nominati da lui dissero che non c'erano prove di brogli significativi. Ciliegina sulla torta, il 6 gennaio 2021, Mike Pence, fino al giorno prima un fedelissimo, lo "pugnalò" alle spalle, confermando i risultati.
Trump gli diede del traditore e fece qualcosa che non era mai successo prima: chiamò alla mobilitazione generale. Mentre Trump arringava la folla vicino alla Casa Bianca dicendo "Combattete come l'inferno", migliaia di suoi sostenitori marciarono verso il Campidoglio, prendendo quell'esclamazione per una chiamata alle armi. Il resto è cronaca: l'assalto a Capitol Hill, i vetri rotti, la gente in fuga e il mondo che guardava in diretta la democrazia americana che sembrava crollare. Fu forse il momento più basso della storia americana, nonché la dimostrazione che l'elettorato di Trump fosse così plagiato da credere a qualsiasi cosa Trump diceva.
L'esilio.
Fra il 2021 e il 2024 Trump visse un esilio forzato nella sua residenza a Mar-a-Lago in Florida, diventando di fatto una "Casa Bianca" ombra. In quei quattro anni prese il controllo del partito repubblicano. Fece piazza pulita dei detrattori e si circondò di "Yes Man", che avrebbero fatto di tutto pur di appoggiare Trump. La sua filosofia era "nessuno di voi può vincere, senza che io vi supporti".
Furono 3 anni pieni di processi, fra possesso di documenti riservati, tentativo di ribaltare il voto in Georgia e accuse di aver pagato il silenzio della pornostar Stormy Daniels. Ma sappiamo che animale da palco sia diventato Trump. Fece qualcosa di assolutamente geniale: utilizzò quei momenti pubblici per dire al suo elettorato "attaccano me per arrivare a voi!". Fu quasi una seconda chiamata alle armi. La sua foto segnaletica (il famoso mugshot) è diventata un simbolo di resistenza stampato su milioni di magliette, fruttandogli milioni di dollari in donazioni.
E fu bannato da "X", appena dopo il 6 gennaio. Però non si diede per vinto, di rinunciare al potere dei social non ne aveva voglia, perciò fondò "Truth Social", dove continuava a scrivere cose contro tutto e tutti.
Per quei quattro anni, i democratici trattarono Trump come un fallito, come un vecchio da dimenticare ed appartenente ad un passato che non esisterà più. Si aveva quasi la stessa percezione che si aveva dello stessto Trump durante i primi anni '90. Sappiamo poi come sia risorto. Questa è stata una pessima mossa dei democratici.
Trump colpisce ancora.
Ed arriviamo al 2025. Trump, già nel 2022, si è auto-ricandidato alle elezioni, senza primarie. Oddio, le primarie ci furono, ma furono una mezza farsa. Trump ha letteralmente polverizzato ogni avversario. Ron DeSantis e Nikki Haley, non propriamente rombi di tuono capaci di impensierire Trump, sono stati spazzati via come birilli. Onestamente, non sapevo nemmeno che ci furono le primarie repubblicane. Agli occhi di tutti, il Partito Repubblicano era ormai, ufficialmente, il "Partito di Trump". Ormai Trump fa quello che vuole con i repubblicani.
La campagna elettorale del 2025 fu per Trump un ritorno al passato, dato che, come nel 2015, era l'outsider e non il presidente uscente. Tutto il resto era completamente diverso. Ora aveva un esercito enorme di indottrinati, aveva il partito in pugno ed aveva milioni che arrivavano, dato che Elon Musk, democratico fino a prima di Biden, cambia sponda e appoggia Trump. Ecco, come mai Musk ha cambiato sponda?
Il governo Biden fu deludente. Per quattro anni si parlò principalmente dello stato di salute mentale di Biden (ormai 80enne), il governo non ha fatto nulla di quello che aveva promesso e, anche se sembra impossibile dopo Capitol Hill, sono riusciti a creare una spaccatura ancora più profonda nella società. I democratici, con la scusa "amiamoci tutti" hanno lasciato libera la comunità LGBTQIA++ di fare il bello e il cattivo tempo in qualunque parte della società. Fra pronomi, nomi strani per identificare cose che non esistono e quella politica del "cancellare qualcuno", crearono dei presupposti molto pericolosi. Nei repubblicani, movimenti ultra conservatori come "Daily Wire" e personaggi come Charlie Kirk hanno fomentato gran parte dell'elettorato repubblicano, predicando tutto quello che i democratici stavano smontando (famiglia tradizionale, ruolo della donna, rapporto con gli omosessuali, libertà personali femminili) portando anche a scontri e insulti di ogni genere. Tutto questo odio fra le parti, era il terreno fertile per Trump.
La sfida, come nel 2015, fu contro una donna. Non era la Clinton, ormai dimenticata da tutti, ma Kamala Harris, una donna non proprio amatissima dall'opinione pubblica. Dopo la grande ascesa del 2020, nei quattro anni di governo non ha proprio rispettato le aspettative che si avevano nei suoi confronti. Uscite pubbliche non felici, inesattezze di vario genere e un senso di spaesatezza hanno portato anche i democratici a porsi delle domande su di lei.
Di fatto lei non era la candidata principale. Doveva essere di nuovo Trump contro Biden. Tutto cambiò a giugno. Durante il dibattito televisivo di giugno, la performance di Biden è stata giudicata disastrosa: appariva fragile, confuso, a tratti assente, mentre Trump era il solito vecchio leone. Da quel momento, il partito ha iniziato a tremare, temendo una sconfitta certa. Dato che con Biden i democratici stavano perdendo malamente nei sondaggi, costrinsero Biden a ritirarsi dalla corsa e la Harris fu la scelta necessaria per salvare la baracca. Da notare come da un giorno all'altro tutto era già pronto per la Harris: grafiche, cartelloni, slogan, foto, tutto. Sembrava quasi che i democratici fossero comunque già pronti per far fuori Biden alla prima occasione buona.
Il grande pregio della Harris fu di ridare slancio alla campagna democratica, ottenendo tantissimi fondi (un miliardo di dollari in pochi mesi) e appoggi da star del calibro di Taylor Swift.
Se fra i democratici ci fu caos, fra i repubblicani ci fu quasi un lutto. Trump fu quasi assassinato. Il 13 luglio durante un comizio a Butler, un matto da un capannone non troppo lontano dal palco, sparò a Trump. Non ci fu il morto, ma Trump fu ferito a un orecchio. Questo fu forse il momento chiave per la campagna elettorale. Quell'immagine di Trump che alza il pugno con l'orecchio sanguinante fu quasi un'immagine religiosa. Quello fu il momento in cui i democratici sudarono freddo, dato che molti sostennero che i democratici erano dietro a quel tentativo di uccidere Trump: non potevano farlo politicamente, ci hanno provato fisicamente. In quel momento ottenne un'immagine quasi divina, come "scelto dal destino per guidare l'America".
La campagna elettorale si basava su due punti: i democratici puntarono su Kamala Harris, la procuratrice che condannava i criminali, premendo sul tasto di Trump come criminale da condannare; i repubblicani puntavano ora sul quasi assassinio per rivendicare una deriva violenta portata dai democratici, che non accettavano più una società conservatrice, che dovevano essere bloccati in qualunque modo.
Le elezioni furono un disastro per i democratici. C'è poco da dire. Donald Trump conquistò 312 Grandi Elettori, Kamala Harris: 226 Grandi Elettori. Trump ha conquistato tutti e 7 gli Swing State, ha vinto il voto popolare ed ha sfondato fra le minoranze, neri ed ispanici in primis. L'unica cosa di positivo che i democratici fecero in quelle elezioni fu accettare la sconfitta. La Harris fallì su tutta la linea. Anche lei, come Hillary Clinton, sparì dalla scena politica il giorno dopo.
Il 5 novembre 2024 non è stato solo un martedì elettorale, è stato il giorno del giudizio per l'establishment. Trump ha zittito chiunque lo definisse un accidente della storia. Ha vinto ovunque: nelle fabbriche rugginose del nord, nelle campagne del sud e persino nelle periferie che un tempo lo schifavano. Il 20 gennaio 2025, salendo per la seconda volta i gradini del Campidoglio, Trump non era più l'outsider miracolato del 2016, ma il leader indiscusso di un'America che aveva deciso di affidargli, ancora una volta, le chiavi del proprio destino. Ed ancora una volta, risorse dalle ceneri come alla fine degli anni '90.
La seconda ascesa nel caos.
Una volta che Trump ritornò alla casa bianca, il secondo atto del dramma poteva cominciare. Da quando è al potere si è praticamente comportato come re. Nei primi giorni ha siglato così tanti atti presidenziali che è stato difficile starci dietro, tutti con un solo obiettivo: spazzare via quello che Biden aveva fatto. Per lui era necessario per segnare la "fine della follia" e riportare l'America al primo posto. Quello che fece poi fu al limite del possibile.
In primo luogo creò il dipartimento "DOGE" (Department of Government Efficiency) che aveva il compito di snellire l'apparato statale per renderlo efficace e meno costoso. "DOGE" fu affidato ad Elon Musk che cominciò a tagliare posti come fece quando aquisto "X". L'Immagine di lui con una motosega sul palco è difficile da dimenticare. Il metodo con cui i tagli furono fatti aveva del grottesco. Non importava se quel dipartimento era utile o meno all comunità: se perdeva soldi o veninva cancellato o ridimensionato. Migliaia di persone si ritrovarono da un giorno all'altro senza lavoro. Ancora più incredibile è pensare che il dipartimento ha lo stesso nome della Memecoin che Musk aveva lanciato tempo prima. Musk ha avuto accesso ai sistemi di pagamento del Tesoro per monitorare ogni centesimo. È stato il primo esperimento di un governo gestito come una startup della Silicon Valley, con risultati alterni: borsa in volo, ma uffici pubblici nel caos più totale.
Il clima, uscendo dagli Accordi di Parigi fu un altro taglio di quelli eclatanti, ma prevedibili. Lo aveva fatto nel 2016, lo ha rifatto di nuovo. Per la seconda volta, gli Accordi di Parigi furono abbandonati e il motto fu uno solo: "Drill, Baby, Drill". Via tutti i sussidi alle auto elettriche e si estrae gas e petrolio come mai prima. L'indipendenza energetica, a basso costo, per Trump era fondamentale per rimettere a posto l'economia. Per lui, l'ambiente è un lusso che l'America non può più permettersi.
Parlando di gas, difficile non citare la Groenlandia. La Groenlandia è ricca di risorse minerarie che Trump vuole disperatamente. Peccato solo che la Groenlandia faccia parte della Danimarca e a Copenhagen non aveva voglia di vendere o cedere nulla agli americani. Trump non solo fece incursione personale da quelle parti, giusto per capire che aria tirava, ma minacciò addirittura l'uso della forza per ottenere quell'isola, anche se la Danimarca è un alleato. Alle minaccie, Otto nazione della NATO schieratono i militari in Groenladia, in risposta alle minaccie di Trump. Quando Trump vide la risposta dei mercati, fece un passo indietro e tentò una mediazione che ha portato ad un accordo.
Parlando di Stati alleati, Trump non ne riconosce nemmeno uno. In un giorno di inizio primavera, Trump chiama i giornalisti per una conferenza stampa straordinaria. Lo fu in tutti i sensi. In quel momento, Trump si presento con un tabellone con tutte le nazioni del mondo e di fianco una percentuale. Nessuno aveva capito cosa fosse, finchè Trump non annunciò che quelle percentuali erano dazi doganali per ogni nazione. C'erano tutte le nazioni del mondo, nessuna esclusa. L'idea di Trump era di far pagare al mondo il suo piano di ristrutturazione americano e di usare i dazi come leva politica.
Inutile dire che c'era anche la Cina e che veniva punità più di tutte le altre. Con la CIna era guerra aperta. Siamo arrivati persino a d avere dazi del 150%. Per tutto il 2025 Trump ha usato la leva dei dazi per ottenere quello che voleva. Famose in Europa sono le minaccie di Trump di alzare i dazi se l'Europa non avesse aumentato la spesa militare.
E stata una poilitica bizzarra, perché appena Trump otteneva quello che voleva, quei dazi sparivano o si abbassavano drasticamente.
Poi siamo all'appoggio incondizionato di Israele contro Hamas e Iran. Che cosa si può dire? Trump in questi quattro anni vuole manifestare potere tramite la violenza. In primo luogo ha aiutato Israele ha distruggere Hamas, ammazzando 70 mila innocenti e nel 2026 ha ucciso il capo supremo iraniano e gran parte del governo con un attacco missilistico mirato. Per non parlare della cattura di Maduro in Venezuela, violando senza alcun problema il diritto internazionale e la sovranità di una nazione indipendente.
E poi abbiamo la politica interna. La parola è solo una: gli stranieri non sono benvenuti. Se poi sei messicano, sei un pericolo a prescindere.
Ha usato truppe federali sul suolo americano per supportare l'ICE nelle retate. Ha firmato un ordine per tentare di abolire la cittadinanza per diritto di nascita (lo Ius Soli), scatenando una battaglia legale finita subito alla Corte Suprema. Entro l'inizio del 2026, circa 600.000 persone sono state deportate, creando scene di panico nelle città "Santuario" come Los Angeles e New York, che si sono ribellate apertamente al governo centrale. Il tutto non solo per garantire quella "pace" che gli americani hanno perso con l'immigrazione, ma anche per impedire che ci si mischi di razza.
E mancano ancora tre anni.
Finale.
Scrivendo questo post, mi sono reso conto di una cosa: Trump non è un costruttore o un politico. È un virus culturale che si nutre degli attacchi che riceve. Ogni processo, ogni mugshot, ogni tentativo di cancellarlo non ha fatto altro che sfamare la sua popolarità e nutrire il suo successo.
Oggi, nel 2026, con le guerre che infiammano i confini del mondo e un Occidente che sembra aver smarrito la bussola, quell'uomo la sta facendo da padrone, comandando tutto e tutti. Che lo si ami o lo si odi, Donald J. Trump ha dimostrato che in America puoi fallire mille volte, puoi essere cacciato da ogni salotto buono, puoi persino finire davanti a un giudice, ma finché avrai una telecamera puntata addosso e un pubblico che vuole lo show, non sarai mai davvero fuori dai giochi.
Il sipario è calato molte volte, ma lui trova sempre il modo di riaprirlo per un ultimo, imprevedibile bis. E la cosa più folle? È che il pubblico, con i popcorn in mano, non riesce a smettere di guardare.
M.












































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