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Israele è il peccato originale moderno!

  • Immagine del redattore: Mauro Longoni
    Mauro Longoni
  • 14 mag
  • Tempo di lettura: 9 min
People pray at the Western Wall under a clear sky. An Israeli flag waves in the foreground, evoking a solemn and spiritual mood.

In questo preciso momento, essere una persona famosa o un content creator che parla di Israele è la mossa più controversa che si possa fare. Il motivo è semplice: Israele è un argomento tabù.

Non che sia vietato dalla legge parlarne o discuterne; si tratta, piuttosto, di non voler avere problemi di alcun tipo. Qualunque cosa si dica, infatti, la si dice "male". Se sei a favore di Israele, vieni etichettato come sostenitore di un Paese che ama il genocidio. Se invece sei contro Israele — anche portando motivazioni legittime — passi per antisemita, dunque a favore della distruzione della cultura ebraica e, di conseguenza, schierato con l’Islam.


Per il bene del mio blog dovrei evitare l'argomento, limitandomi a parlare di farfalle e orsacchiotti teneri e coccolosi. Invece sono stupido, della mia potenziale futura carriera, apparentemente, non mi interessa nulla e adoro esercitare quel diritto di parola e di opinione che il mondo occidentale mi permette ancora di usare. Quindi, eccoci qua: a parlare della nazione e del popolo più controverso e polarizzante del mondo.

Faccio davvero fatica a ricordare un disprezzo così alto verso un gruppo di persone; forse nemmeno i neri, durante gli anni '50, erano così disprezzati (e i neri erano segregati e discriminati).


Perché ne parlo? Perché, onestamente, ho dei problemi quando penso a Israele come Stato. Mi dà fastidio per due ragioni precise: per come la nazione è nata e per tutto quel vittimismo non necessario, e ipocrita, che si è sviluppato lungo tutto il Novecento.


Cosa è Israele in realtà?


Israele è sempre stata un’idea in un libro fantasy, ovvero la Bibbia, mai una realtà assodata in un territorio. Si è sempre trattato di un concetto spirituale e religioso, fondato sulle scritture dell’Antico Testamento. Un po' come la Forza e il lato oscuro in Star Wars. Il legame tra il popolo ebraico e la terra promessa è basato sulla narrazione biblica dell’alleanza e del "popolo eletto". In poche parole, un’entità onnipotente immaginaria ha detto, in un giorno non precisato, a un gruppo di persone a caso: "Voi siete i miei eletti e dovete vivere in quella terra!". Questa è Israele: un personaggio immaginario che dice qualcosa a qualcuno.


Questa pretesa di "nomina dall’alto" è la base di un’ipocrisia che non riesco a digerire. Attorno al concetto di popolo eletto è stata costruita una narrazione di superiorità morale quasi intoccabile. Per decenni, il messaggio sottinteso è stato: "Noi siamo ebrei e siamo migliori per diritto divino". Ma come si può accettare che il destino di una regione geografica dipenda da un dialogo privato con il sovrannaturale? Se togliamo la componente mitologica — che ha lo stesso peso scientifico di una favola — quello che resta è solo un gruppo di persone che usa un dogma invisibile per esercitare un potere reale: il Sionismo.

Che cos'è il Sionismo? È la strategia politica usata per forzare il mondo a riconoscere quel "diritto divino" su terre dove, all’epoca, esisteva solo una minuscola colonia ebraica. C’è solo un piccolo dettaglio: mentre quella piccola minoranza ebraica è sempre rimasta in Palestina, la stragrande maggioranza ha vissuto per duemila anni in esilio, prosperando nelle società europee e mediorientali. Nel frattempo, in quella terra si consolidava una società araba palestinese secolare.

Israele, per questo motivo, non può essere definito uno Stato sovrano nel senso classico. So che ufficialmente lo è, ma per me non ha una storia organica. Il popolo ebraico e il sionismo si sono comportati come chi pretende tutto perché si sente "eletto" da Dio. A differenza dell’Italia, dove il Risorgimento è stato il frutto di secoli di presenza e lotte di chi non aveva mai lasciato il territorio, Israele ha preteso un diritto quando non ne aveva alcuno.


Qualcuno dirà: "Ma anche gli Stati africani e sudamericani sono stati disegnati sulla carta!". Vero, ma quelle popolazioni erano già lì: sono state dominate e poi hanno combattuto per riprendersi la libertà. Non sono scappate per poi urlare da lontano: "Vogliamo quei territori perché il nostro Dio ce li ha promessi!". Questo è quello che fanno gli ebrei da tempi immemori: vivono e prosperano lontano, ma urlano "vogliamo la terra promessa". È come se io oggi, dalla mia casa in Germania, urlassi: "Voglio il Qatar perché Dio me lo ha promesso".

Per secoli i sionisti hanno urlato invano, perché il mondo non aveva alcun motivo di dare agli ebrei quello che volevano. Poi è arrivato Hitler, con il suo odio reverenziale contro tutto e tutti. Se l’Olocausto è ufficialmente la pagina di storia più brutta che si sia mai potuta scrivere, è stato anche una "benedizione" per gli ebrei e il progetto sionista. So che suona assurdo; fatemi spiegare, prima di passare per antisemita: è vero che sono morte milioni di persone innocenti in modo inimmaginabile, ma quello è stato il tassello fondamentale per trasformare il sogno sionista in realtà politica.


Finita la guerra, davanti all’orrore delle camere a gas, l’Occidente provò un senso di colpa collettivo. Le Nazioni Unite, nate dalle ceneri della guerra, videro nella creazione di uno Stato ebraico un modo per pulirsi la coscienza e la soluzione per gestire non solo milioni di profughi ebrei, che l’Europa non voleva o non poteva più accogliere, ma anche un tentativo geopolitico di risolvere un conflitto già esplosivo.

Quale conflitto? La colonia ebraica sionista e le popolazioni arabe nella "terra promessa" continuavano a punzecchiarsi, creando attriti pericolosi. Già dalla fine dell'800 gli ebrei stavano "tornando a casa" in maniera massiccia da molte parti del mondo (la Prima e la Seconda Aliyah), cercando di portare avanti il piano sionista per creare lo Stato d'Israele. Sebbene inizialmente gli ebrei acquistassero terre legalmente da proprietari terrieri assenteisti (spesso arabi ricchi che vivevano a Beirut o Damasco), i contadini arabi che lavoravano quelle terre da generazioni venivano sfrattati, alimentando un risentimento sociale profondo. Gli arabi locali iniziarono a protestare già sotto l'Impero Ottomano e poi massicciamente sotto il Mandato Britannico (si pensi ai moti di Jaffa del 1921 o alla Grande Rivolta Araba del 1936-1939).

Pensando che gli ebrei potessero essere geopoliticamente utili, nel 1947, con la Risoluzione 181, l’ONU propose la spartizione della Palestina mandataria in due Stati: uno ebraico e uno arabo. Gli ebrei accettarono il piano con gioia (mi sarei sorpreso del contrario), ma i leader arabi e le popolazioni locali, vedendo giustamente l’esproprio di terre e la frammentazione del proprio territorio come un atto di colonialismo europeo, rifiutarono.


Con la decisione dell’ONU il sionismo vide quella legittimazione mondiale che tanto bramava, che avvenne solo grazie allo sterminio di quasi 6 milioni di ebrei stessi. Della serie: "Un sacrificio necessario, per un bene superiore". Iniziò quindi l’esodo di massa ebraico verso il Medio Oriente, con un conseguente processo di espropriazione rapido e drastico, supportato dal blocco sovietico prima e degli americani poi. In questo processo, moltissime famiglie palestinesi residenti da millenni in quelle terre furono cacciate via in modo tutt’altro che gentile, perdendo tutto quello che avevano.

Quando il resto della diaspora ha capito che la Terra Promessa era diventata realtà, il flusso migratorio è aumentato, rendendo Israele una minaccia per i Paesi vicini. Ne seguì la guerra del 1948 fra Israele e l’alleanza araba di tutti gli Stati confinanti. La fine fu l’inizio del dramma moderno. Prima abbiamo l'espansione israeliana territoriale post-bellica, con la conseguente espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dai nuovi territori occupati (la Nakba). Il risultato? Si è creato quell'odio che tutto il mondo arabo nutre verso Israele e quella paranoia che Israele ha. Se ora quella regione è una polveriera, è a causa di uno Stato che non sarebbe mai dovuto esistere e che non ha rispettato i confini che gli sono stati indicati.


Questa è la storia di come è nata Israele. Paradossalmente, il trauma dell’Olocausto è stata la leva morale per il movimento sionista per ottenere quello che volevano. Senza quei morti innocenti il progetto sionista non avrebbe mai ottenuto il via libera diplomatico mondiale. Quegli stessi esponenti che piangono ogni anno il 27 Gennaio sono gli stessi che hanno usato quell'oscenità per ottenere un vantaggio politico ed economico. Come si fa ad apprezzare uno Stato che lucra sul genocidio di massa della propria popolazione? Oggi, Israele esiste come Stato sovrano riconosciuto, ma la sua origine rimane un "peccato originale" geopolitico: un avamposto occidentale innestato in un contesto che lo percepisce come un corpo estraneo funzionale agli interessi delle grandi potenze, nato dall'aver usato la morte dei propri fratelli per ottenere potere.


Il Falso Vittimismo.


E ora arriviamo al motivo per cui molti nutrono sentimenti di odio verso Israele: il vittimismo. Gli israeliani, da quando hanno subito l’Olocausto, hanno spesso giocato la carta della vittima eterna: "Sono tutti contro di me", "Tutti ci vogliono distruggere". Questa paura della propria ombra ha portato Israele a reagire in maniera insensata a minacce inesistenti. Vorrei dire che si tratta di antisemitismo e che il mondo vi odia solo perché gli ebrei sono ebrei; in verità, il mondo odia Israele per quello che ha fatto e sta facendo contro le popolazioni che essa stessa ha cacciato da casa, a causa della visione "eletta" che ha di se stessa.


Partiamo dalle guerre arabo-israeliane. Gli ebrei non hanno scatenato la guerra, ma quella dei Paesi arabi è stata la reazione, forse goffa, per togliere di mezzo un corpo estraneo in una regione che viveva già un precario equilibrio. Volevano impedire che forze esterne mettessero il becco in questioni che non appartenevano loro. Il conflitto terminò con la vittoria di Israele, che non solo respinse gli attacchi, ma si espanse oltre i confini stabiliti dall’ONU. Il piano di spartizione (Risoluzione 181) assegnava allo Stato ebraico circa il 55% del territorio; dopo il 1948, Israele ne controllava il 78%. È qui che nasce il "problema" della Striscia di Gaza.

Che cos’è questa Striscia? È un’enclave creata dalla guerra, dove oggi vivono circa due milioni di palestinesi. Prima del 1948, Gaza era semplicemente una città costiera palestinese. Con l'espansione israeliana, divenne il rifugio per centinaia di migliaia di profughi in fuga (la Nakba) e fu inglobata e circondata dallo Stato d'Israele. Da quel momento, Gaza si trasforma in una prigione sotto il controllo totale di Tel Aviv, che per decenni ha deciso su ogni aspetto della vita: energia, acqua e cibo. Gli israeliani la vendevano come "misericordiosa convivenza"; in realtà, con muri invalicabili e filo spinato, hanno creato una prigionia a cielo aperto. Quando è nata Hamas — cellula alimentata dall’Iran ma sostenuta da un popolo oppresso — è iniziato il ciclo di sangue. Tutto, però, era sempre monitorato e permesso da Israele.


Arriviamo ai giorni nostri. Nel 2023, Hamas fa breccia nelle mura, uccide mille persone e ne rapisce altre. Un attacco che fa sorgere dubbi enormi: come è possibile che una delle migliori intelligence del mondo non si sia accorta di nulla? Suona molto strano. Quell’evento è stato usato da Israele per scatenare una retorica d’odio totale e dare il via al genocidio che abbiamo visto con i nostri occhi. Decine di migliaia di civili uccisi, un’intera civiltà spazzata via per eliminare qualche miliziano.

Il governo israeliano sosteneva di sapere esattamente dove si nascondesse Hamas, parlando di scuole e ospedali usati come scudi. Se fosse stato vero, avrebbero potuto usare i servizi segreti o i missili di precisione — come hanno fatto per eliminare i leader in Iran senza radere al suolo Teheran. Invece hanno preferito distruggere tutto, bloccando persino gli aiuti umanitari. La realtà è che la leadership israeliana sembra voler uccidere sistematicamente ogni palestinese nella Striscia per poi annettersi quel territorio.


Finito con Gaza, sono passati a Hezbollah e poi all'Iran. Quella con l’Iran è stata la dimostrazione totale della paranoia israeliana. Israele è uno Stato illegittimo in un posto che non è casa sua, eppure pretende di essere il regolatore della pace universale. Ha tirato fuori la storia dei finanziamenti iraniani a Hamas solo quando le è parso opportuno per trascinare gli Stati Uniti in una crisi globale. L’Iran sostiene Hamas da decenni, ma Israele ha deciso di reagire solo quando il vittimismo le serviva per giustificare una nuova escalation.


Tutto perché Israele sa che il sionismo ha condannato gli ebrei stessi. Forse, se gli ebrei avessero ignorato gli invasati religiosi, che avevano solo interessi politici, e fossero rimasti in Europa a ricostruire, andando anche contro l'ONU se necessario, tutto questo sangue versato per "proteggere un'esistenza dal sapore divino" non sarebbe mai scorso. Il Medio Oriente sarebbe, forse, un posto molto più amico.


Piccole riflessioni.


Quindi, a cosa servono queste "piccole riflessioni"? Servono a ricordarci che non si può pretendere rispetto se lo si ottiene con la forza, né si può pretendere empatia se si usa il proprio dolore per ottenere potere e controllo.


Il vero tabù non è criticare Israele. Il vero tabù è ammettere che abbiamo creato un mostro geopolitico per lavarci la coscienza europea dopo l'Olocausto, scaricando il conto su un popolo — quello palestinese — che non aveva alcuna colpa. Abbiamo piantato una bandiera occidentale in un terreno che non le apparteneva e oggi ci stupiamo se quella terra brucia.


Israele continua a gridare al mondo di essere l'unica democrazia del Medio Oriente, ma una democrazia che si nutre di occupazione, di muri e di bombardamenti a tappeto non è uno Stato: è un assedio permanente. Finché Tel Aviv continuerà a confondere la propria sicurezza con l'annientamento del vicino, e finché l'Occidente continuerà a considerare quel territorio come una scacchiera strategica per le proprie risorse, non ci sarà mai pace.

Forse è ora di smetterla di parlare di "diritto a esistere" basato su testi sacri di millenni fa, di cui si può confutare la veridicità, e cominciare a parlare del "diritto a vivere" di chi in quella terra ci è nato e cresciuto, senza dover chiedere il permesso a un checkpoint.


Il mio blog non parlerà di orsacchiotti e farfalle, perché preferisco essere chiamato "stupido" o "antisemita" piuttosto che restare in silenzio davanti a un'ipocrisia che sta trascinando il mondo intero nel baratro. La storia non dimentica, e questa volta non ci saranno linee sulla carta capaci di cancellare il sangue versato in nome di un'idea che, semplicemente, non ha più ragione d'essere.


M.


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