Hip-Hop: Tra Ribellione e Dominanza.
- Mauro Longoni
- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 11 min

Il mondo della musica ha visto nella sua storia la nascita, il dominio e la caduta di moltissimi generi. In questo preciso momento storico, invece, stiamo vivendo il dominio assoluto della scena Hip-Hop. Artisti del calibro di Drake, Travis Scott e Kendrick Lamar la fanno da padrone nelle classifiche musicali globali e su Spotify. Oggi le radio trasmettono pezzi hip-hop con temi e parole crude ed esplicite come se nulla fosse; anzi, promuovono questo movimento come qualcosa di assolutamente normale, un modo come un altro di proporre il proprio messaggio tramite la musica. Oggi l'idea dell'MC (il rapper che scrive e canta) e del Producer (colui che crea il beat) è il traguardo a cui moltissimi giovani aspirano come massima idea di successo.
La cosa più affascinante di questo stile è che si tratta di un'evoluzione incredibilmente recente. Io sono nato nei primi anni '90 e ricordo bene che, fino a non molti anni fa, il rap e l'Hip-Hop non venivano trasmessi dalle radio nazionali. C'era una forte censura preventiva a causa di testi considerati troppo crudi e di scelte linguistiche non accettabili per la linea perbenista e family-friendly delle varie emittenti. Quando ero adolescente non c'erano i passaggi radiofonici di massa: avevamo YouTube, i file scambiati sul telefono e il passaparola. Eppure, nonostante quell'ostracismo, questo genere ha conquistato un successo enorme.
Ecco perché oggi vorrei celebrare questo genere musicale: perché più di altri ha saputo rappresentare la società per quello che è, senza filtri, censura e perbenismo.
L'evoluzione dell'Hip-Hop: dalla Old School all'impero globale.
In questo preciso post, vorrei partire dalla storia, perché non si tratta di un racconto dell'evoluzione di uno stile, ma si intreccia anche con il cambiamento culturale e generazionale che si ha avuto nei decenni passati.
Gli anni 70.
Se si vuole dare una data e un luogo di inizio, come se stessimo parlando del Cristianesimo e del Santo Sepolcro, la data e la via sono le seguenti: 11 agosto 1973 al 1520 di Sedgwick Avenue, nel Bronx (New York). Questo indirizzo era, fino a quel momento, uno dei tanti palazzi di un quartiere nero e povero di New York. Gli anni '70, '80 e '90 furono caratterizzati da una fortissima discriminazione razziale nell'America perbenista. Sì, l'America è stata un paese subdolamente razzista fino agli anni '90. Quel tipo di razzismo non era sancito per legge, ma era una consuetudine: i bianchi erano convinti che i neri fossero tutti spacciatori e delinquenti, isolandoli di fatto in quartieri ghettizzati, lontani dai bianchi, quasi a dire: "Voi neri siete una minaccia per la società perbene – quella bianca, per intenderci – quindi stateci alla larga".
In quel clima di discriminazione, i neri dei ghetti non avevano alcuna prospettiva, venendo costretti a frequentare scuole pubbliche mal finanziate e, spesso, a darsi alla criminalità per sopravvivere. È quasi incredibile pensare a quanto i bianchi fossero ciechi nella loro ottusità: convinti di un pregiudizio che non aveva basi reali – ovvero che i neri fossero geneticamente portati a delinquere – hanno tolto preventivamente ogni possibilità di crescita alla comunità afroamericana. Così facendo, hanno creato una generazione di ragazzi che, per pura sopravvivenza, si è data alla criminalità, trasformando in realtà quello che prima era solo un pregiudizio senza alcun fondamento. I bianchi, in pratica, hanno dato vita al mostro che temevano, ma che prima di allora non era mai esistito.
Tuttavia, quella segregazione forzata ha spinto i neri a creare una sottocultura che apparteneva solo a loro, dato che la cultura dominante bianca non era in alcun modo accessibile. Tra i mille tentativi di inventarsi qualcosa di unico, quella sera dell'11 agosto un giovane DJ di origine giamaicana noto come DJ Kool Herc decise di fare qualcosa di mai visto prima: isolò la sezione ritmica di un disco funk – il cosiddetto "break" – e la prolungò artificialmente utilizzando due giradischi identici. In quella stanza affollata e calda, tra le macerie di un quartiere dimenticato dalle istituzioni, nacque la scintilla di una rivoluzione culturale senza precedenti: il DJing, ovvero mixare due tracce in contemporanea per creare un suono totalmente nuovo e personale.
La gente del ghetto adorò subito quel ritmo e quello stile, che iniziarono a diffondersi a macchia d'olio per tutto il quartiere. Quello che era iniziato come un espediente per far ballare i ragazzi ai block parties (le feste di strada) nel Bronx, ben presto si arricchì di nuovi elementi. Il DJ creava il tappeto sonoro, e la cosa funzionò alla grande per un po'. Però si trattava pur sempre di sola musica; c'era bisogno di una voce, di qualcuno che intrattenesse la folla al microfono. Per questo motivo i DJ iniziarono ad affiancarsi ad amici dotati di una parlantina veloce. Il compito di questi personaggi era elementare: fare battute al microfono, salutare il pubblico e incitare la folla a ballare. Erano filastrocche ritmate, nate per gioco, che riprendevano la tradizione del toasting giamaicano e dei poeti di strada afroamericani. Nascevano così il DJ e l'MC, le due figure perno che avrebbero guidato l'intero movimento nei decenni successivi.
Il successo in radio.
I ragazzi cresciuti in quei ghetti isolati si resero conto di avere tra le mani un'arma potentissima: un microfono amplificato da cui l'America bianca, per quanto si sforzasse, non poteva proteggersi. Questo accadeva anche perché i giovani bianchi cominciavano a porsi domande su come il loro mondo considerasse e giudicasse il mondo nero. La svolta commerciale arrivò nel 1979: la Sugarhill Gang registrò Rapper's Delight. Quella traccia fu il Santo Graal della cultura Hip-Hop: il primo pezzo rap derivato dai ghetti a diventare un successo radiofonico in America. Con quel brano, l'America bianca, razzista e perbenista, si accorse di tre cose: che gli afroamericani non erano affatto tutti criminali, che sapevano fare musica e che quel modo di parlare a tempo di ritmo non era una moda passeggera, ma un genere musicale autonomo, amato ed emulato anche dai giovani bianchi. Il Bronx non aveva appena cambiato il mondo; stava cambiando la retorica e la cultura di un'intera nazione.
La Sugarhill Gang aprì la strada, ma si trattava pur sempre di musica che si suonava per strada nelle feste di quartiere, mantenendo quelle note allegre e spensierate tipiche di un momento di celebrazione. Tuttavia, quel successo aprì le orecchie dei giovani bianchi. Grandmaster Flash & The Furious Five utilizzarono subito quella breccia nel muro, trasmettendo la cruda realtà all'esterno proprio attraverso quel piccolissimo foro.Nel 1982 cambiò tutto. Con la pubblicazione del loro pezzo capolavoro, The Message, il ritmo rallentò, l'atmosfera si fece cupa e opprimente, e le rime iniziarono a descrivere la dura realtà delle periferie americane: la povertà, la piaga della droga, la totale mancanza di opportunità.
"It's like a jungle sometimes, it makes me wonder how I keep from going under" (È come una giungla a volte, mi chiedo come faccia a non andare a fondo)
Da quel momento il rap si autoproclamò il "telegiornale del ghetto". Era la testimonianza diretta e ravvicinata di quella profezia autoavverante creata dal razzismo sistemico: "Ci avete tolto i fondi per le scuole, ci avete ammassati qui e ci avete bollati come criminali? Bene, ora vi raccontiamo come si vive nel mostro che voi stessi avete creato". Verso la fine del decennio, gruppi come i Public Enemy trasformarono il rap in una vera e propria ideologia politica e di protesta radicale, mentre i Run-D.M.C. dimostrarono che quella musica poteva vendere milioni di dischi anche ai ragazzi bianchi delle periferie borghesi, che ormai guardavano al ghetto non più con paura, ma con profondo fascino.
La transizione tra la spensieratezza dei primi anni e la svolta conscia e politica di The Message è descritta magistralmente. Il lettore adesso ha chiaro il quadro di come il rap sia diventato una forza inarrestabile prima di entrare nei devastanti anni '90. Il post sta venendo fuori in modo incredibilmente solido e scorrevole.
La faida East vs West (Anni '90)
Se gli anni '80 erano stati gli anni della presa di coscienza di un genere musicale, gli anni '90 furono quelli dell'esplosione del genere e del conflitto violento, sia artistico che reale. Fu il decennio del Gangsta Rap.
I pionieri di questa svolta erano stati gli N.W.A., cinque ragazzi di Compton – un ghetto afroamericano di Los Angeles – che tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90, tramite i loro testi espliciti e le loro rime crude, diedero il via a un movimento di pura violenza artistica. Quella musica era la cruda realtà, il riflesso perfetto della violenza che i neri vivevano ogni giorno, fatta di criminalità e brutalità intese come sopravvivenza, conquista e protezione del territorio, discriminazione nella società a ogni livello, perquisizioni preventive della polizia, arresti sistematici e processi non propriamente equi.
L'America perbenista gridò allo scandalo, accusando il gruppo (e tutti gli altri rapper emergenti del tempo) di glorificare la violenza, le droghe e le armi – un mondo che gli stessi bianchi avevano creato per i neri. Quello scandalo, però, era solo un modo per non vedere la realtà: i rapper stavano semplicemente facendo da specchio a un'America che nel 1992, con le rivolte di Los Angeles dopo il pestaggio di Rodney King da parte della polizia, mostrava al mondo che il razzismo non era affatto superato. Il rap degli anni '90 era crudo perché la vita di quei ragazzi era cruda. Era il risultato di vent'anni di isolamento economico e sociale. La rabbia che si percepiva nei testi era la stessa rabbia che gli afroamericani vivevano quotidianamente, vedendo che il colore della pelle precludeva loro la possibilità stessa di sognare e di vivere.
Questo decennio fu segnato anche dalla tragica faida tra la East Coast (New York) e la West Coast (Los Angeles). Una rivalità nata in principio per il controllo artistico e commerciale del genere, ma che si intrecciava inevitabilmente con le logiche delle gang di strada, ovvero quelle di protezione del territorio. In quel periodo, per un rapper della West Coast andare a New York, o per un rapper della East Coast andare a Los Angeles, significava letteralmente rischiare la propria vita. Ci furono morti in questa faida. Le più celebri furono quelle dei due più grandi esponenti delle due correnti: da una parte la West Coast perse Tupac Shakur e la East Coast perse Biggie Smalls, entrambi assassinati, poco più che ventenni, a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro.
Quel doppio omicidio fece ribrezzo all'opinione pubblica sia bianca che nera, per ragioni diverse: i bianchi erano stanchi di sentire dell'ennesimo nero ammazzato per strada, mentre per gli afroamericani, ma anche per i rapper e gli amanti del genere, fu come se Gesù fosse morto. Quegli eventi segnarono di fatto la fine di un'era sanguinosa, ma decretarono anche l'immortalità del genere.
L'America bianca non poteva più fingere che quella cultura non esistesse: ormai era ovunque. Il mondo aveva finalmente scoperto l'orrore che la segregazione decennale dei bianchi aveva scaricato su una comunità senza colpe.
L'Impero Globale (Anni 2000 - Oggi)
Con l'arrivo del nuovo millennio si è assistito al più grande paradosso della storia culturale moderna. Quella sottocultura nata dai "neri considerati delinquenti", creata nell'isolamento coatto per mancanza di alternative, ha compiuto il sorpasso definitivo sulla cultura dominante bianca, buttando giù di fatto la barriera culturale fra bianchi e neri e raggiungendo chiunque.
L'esempio più lampante di questo fenomeno lo abbiamo vissuto attraverso due aspetti fondamentali.
Il primo, alla fine degli anni '90, quando gli artisti neri che dominavano la scena rap diventarono milionari, anche e soprattutto grazie ai soldi che i bianchi spendevano per comprare i loro album o per andare ad ascoltarli dal vivo ai concerti.
Poi è accaduto qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato. Alla fine degli anni '90, un ragazzo bianco cresciuto in uno dei tanti trailer park (i parchi per roulotte) nei quartieri poveri di Detroit – una città ormai fallita e fantasma – andava in giro per le strade a fare a pezzi chiunque durante le battaglie di freestyle. Quello sconosciuto venne scoperto quasi per caso da Dr. Dre, leggendario produttore afroamericano ed ex membro degli N.W.A. Dre trovò una demo di questo ragazzo, la ascoltò, ne rimase folgorato e fece di tutto pur di metterlo sotto contratto. Quel ragazzo si chiamava Marshall Mathers III, meglio noto al mondo come Eminem. Sotto l'ala protettiva di Dr. Dre, Eminem scardinò gli ultimi tabù commerciali, diventando di fatto il ponte definitivo tra la comunità bianca e quella nera e parlando apertamente di ogni singola cosa di cui la società perbene non voleva si parlasse. Nei primi anni 2000 era già diventato un vero e proprio Dio nell'universo rap/Hip-Hop, consacrandosi negli anni come uno degli artisti più venduti nella storia della musica planetaria.
Contemporaneamente alla sua ascesa, figure come Jay-Z e Kanye West ridefinirono completamente il concetto stesso di "successo": i rapper non erano più solo artisti di strada, ma diventavano amministratori delegati di importanti etichette discografiche, stilisti di alta moda e imprenditori miliardari.
Oggi l'Hip-Hop e il rap non sono più una "sottocultura dei neri del Bronx". Sono la cultura dominante globale giovanile. È la musica che ascoltano i ragazzi di tutto il mondo: il modo in cui si vestono, i brand che scelgono e il linguaggio che usano derivano direttamente da lì. Quando nel 2018 Kendrick Lamar ha vinto il Premio Pulitzer per la letteratura con il suo album DAMN., il cerchio si è definitivamente chiuso.
Quell'America bianca e perbenista degli anni '70, che isolava i neri nei ghetti convinta di proteggere la propria "società per bene", ha finito per essere colonizzata culturalmente dai figli di quel ghetto. Una rivoluzione totale che dimostra come la creatività e l'urgenza di esistere, nate tra le macerie della discriminazione, siano state capaci di riscrivere la storia del mondo. E tutto è iniziato con due giradischi, in una calda notte d'estate nel Bronx.
I quattro pilastri di una cultura globale.
Prima di terminare questo post, voglio fare una precisione fondamentale. Troppo spesso, infatti, si tende a confondere l'Hip-Hop con il semplice genere musicale del rap. In realtà, l'Hip-Hop è un movimento immenso che poggia da sempre su quattro discipline fondamentali, nate come forma di espressione, identità e riscatto sociale. Per capire davvero l'evoluzione di questo fenomeno, bisogna comprendere l'interazione tra le sue quattro anime originarie:
Il DJing (L'architettura sonora): L'arte di manipolare i vinili, isolare i breakbeat e inventare tecniche come lo scratch, proprio come fece DJ Kool Herc in quella calda serata dell'11 agosto 1973. Negli anni 70, il DJ stese le fondamenta sonore su cui tutti gli altri avrebbero camminato, anche se oggi la figura del DJ si è spostata più dietro le quinte della produzione in studio. Il DJ nella concezione moderna è solo uno che che mixa musica per gli invitati durante gli eventi dal vivo.
L'MCing / Il Rap (La parola): I "Master of Ceremonies" nacquero inizialmente per animare le feste del DJ, trasformandosi rapidamente nei poeti, nei cronisti e nei narratori delle realtà urbane. All'inizio si trattava semplicemente di tutti quegli amici che, con un microfono in mano, intrattenevano la folla a suon di rime nelle feste degli anni '80. L'MC, al contrario del DJ originario, oggi è più che mai vivo ed è diventato quasi impossibile scindere la cultura Hip-Hop da questa figura. Ora vengono chiamati comunemente "rapper" e parliamo di giganti planetari come Eminem o Kendrick Lamar; tuttavia, questi artisti moderni svolgono esattamente lo stesso ruolo degli MC degli anni '80, ovvero intrattenere il pubblico con le rime, la tecnica e una parlantina velocissima.
La Breakdance / B-boying (Il corpo): Il corpo gioca da sempre un ruolo cruciale nella cultura Hip-Hop. La breakdance è una danza acrobatica, geometrica e ritmica che canalizzava l'energia della musica – e spesso le tensioni violente delle gang locali – in sfide di puro talento. Abbiamo tutti in mente le immagini impresse nell'immaginario collettivo: un gruppo di ragazzini, un pezzo di cartone per terra, un enorme stereo portatile e tanta bravura da offrire al mondo. Oggi la breakdance non è più un tratto così diffuso e distintivo nelle strade, ma il movimento Hip-Hop continua comunque a vivere su nuovi passi e movenze caratteristiche che si sono sviluppati nel tempo.
Il Writing / I Graffiti (L'arte visiva): Quel desiderio viscerale di lasciare un segno indelebile, colorando i vagoni delle metropolitane e i muri grigi delle città per gridare la propria esistenza. Il writing, in principio, era anche un modo per marcare il territorio. Spesso le gang dei quartieri afroamericani segnavano le pareti delle case per definire quale zona appartenesse a un determinato gruppo, avvertendo implicitamente chiunque del pericolo che si correva nell'attraversare la strada in quel punto. Anche oggi le nostre città sono piene di graffiti, ma il writing ha perso quel senso originario di "delimitazione del territorio": oggi sono i segni visibili di un movimento che non è più una sottocultura, ma uno stile di vita vero e proprio.
Piccole riflessioni.
L'Hip-Hop ha dimostrato che le barriere geografiche e sociali si possono abbattere senza armi o violenza. Alle volte basta solo un'idea e il muro va giù a colpi di creatività. Quello che era iniziato come un fenomeno iper-locale confinato in pochi blocchi di New York è diventato un linguaggio universale, capace di unire generazioni e culture a ogni latitudine del globo. Non è solo un genere musicale; è uno specchio della società, un movimento in continua metamorfosi che rifiuta di invecchiare.
La prossima volta che ascolterete un beat nelle cuffie, ricordatevi che state ascoltando cinquant'anni di storia, di lotta e di riscatto.
M.












































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