Dio e Scienza: Ignoranza Selettiva.
- Mauro Longoni
- 2 minuti fa
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Di recente mi sono trovato a riflettere su un paradosso stridente che caratterizza praticamente ognuno di noi: la straordinaria facilità con cui siamo disposti a credere nel divino e l'ostinata diffidenza che invece mostriamo nei confronti della scienza. In un mondo moderno come questo dovrebbe essere esattamente l'opposto; invece siamo ancora qui a credere ciecamente alle favole e a dubitare dei fatti.
So che è un argomento già noto, ma ho deciso di parlarne lo stesso: sia perché mi dà un fastidio enorme, sia perché voglio che una testimonianza del mio pensiero resti impressa nel web per sempre. Il mio punto di vista è molto semplice: proprio non riesco a concepire come si possa accettare il divino e rifiutare la scienza. Odio il dualismo Dio e Scienza.
Tuttavia, mi sono detto: anche se non capisco questo atteggiamento, voglio provare a comprenderlo. Ci ho messo un po' per arrivare a una conclusione, ma forse ci sono riuscito: odiamo la scienza non perché sia inutile, ma perché ci spinge a mettere tutto continuamente in discussione. E questo fa fottutamente paura. In poche parole, adoriamo rimanere fermi e non crescere, quasi come se usassimo l'ignoranza come uno scudo per proteggerci dall'incognita del progresso.
Fateci caso: la vita è confortevole quando è prevedibile, perché ci fa sentire in controllo. Nel momento in cui sappiamo come muoverci e cosa aspettarci, tutto fila liscio. Anche quando sorgono dei problemi — come accade a chiunque — conosciamo la situazione di partenza, ne intuiamo le possibili conseguenze e siamo pronti a combattere perché abbiamo i mezzi necessari per reagire. Quando invece siamo in balia degli eventi a causa di qualcosa che non possiamo controllare, facciamo di tutto pur di tornare nella nostra zona di comfort il prima possibile.
Lo stesso identico ragionamento si applica al rapporto tra scienza e fede.
La religione è quell'elemento semplice e immutabile che dona sicurezza. Sai chi è Dio, sai come si comporta e conosci la Bibbia. Nessuno si metterà MAI a cambiare i dogmi o le sacre scritture dall'oggi al domani. La fede dà stabilità, e in tempi di forte incertezza la stabilità è fondamentale.
La scienza, al contrario, è il classico terremoto improvviso che buttare giù casa tua senza che tu possa fare nulla per impedirlo. Arriva e cambia le carte in tavola, migliorando o addirittura eliminando ciò che prima si dava per scontato. E appena mette in dubbio una certezza, le persone cercano immediatamente di sbarrare la porta al cambiamento. Non vogliono cambiare. Così, spesso si finisce per tirare in ballo la religione, usandola come freno per bloccare un progresso che in realtà è inevitabile. L'esempio lampante è Galileo Galilei: da fervente credente qual era, fu costretto dalla Chiesa Cattolica a fare marcia indietro pubblicamente sulla teoria eliocentrica, l'evidenza scientifica secondo cui il Sole si trova al centro dell'universo e la Terra gli gira intorno.
Vi do tre esempi reali, giusto per farvi ridere!
Dio e Scienza: Wuhan e il corpo di Cristo.
Che cosa hanno in comune la messa domenicale e una delle pandemie più letali della storia moderna? Apparentemente nulla, eppure condividono lo stesso meccanismo profondo: entrambe entrano nel nostro corpo. È la percezione di questo ingresso, però, a cambiare radicalmente.
Tra il 2020 e il 2021 abbiamo vissuto una crisi globale causata da un virus isolato, fotografato, studiato e infine contrastato grazie a una campagna vaccinale senza precedenti. La scienza ci ha consegnato la verità dei fatti in tempo reale, sotto gli occhi di tutti. Eppure, abbiamo assistito a un'ondata di negazionismo quasi fantascientifica: si è dubitato dell'esistenza del virus, della sua reale pericolosità e dell'utilità dei confinamenti.
Quando la cura è arrivata, molti si sono rifiutati di vaccinarsi, ritenendosi più furbi degli altri. Abbiamo assistito al paradosso di una massa che dubita della scienza in sé, rifiuta le parole degli scienziati e bolla come falsi i report e le analisi di dominio pubblico. C'è stato un rifiuto totale a far entrare nel proprio organismo la soluzione medica che, di fatto, ha salvato il mondo dal tracollo.
Dall'altro lato della strada, ogni settimana, c'è la messa. Ci mettiamo ordinatamente in fila per ricevere l'ostia sacra dalle mani del prete di turno. In quel momento nessuno mette in discussione la sacralità di quel dischetto rotondo e biancastro.
Nessuno dubita delle parole del sacerdote riguardo all'ostia che si trasforma nel "corpo di Cristo", e tutti accettano ciecamente di ingerire qualcosa di cui ignorano la reale composizione o la filiera produttiva. Ci si fida ciecamente della parola di un prete che predica una storia fantasy — per quanto convincente. L'ostia viene così mandata giù senza alcuna esitazione, considerata un farmaco dell'anima.
Nel frattempo il vaccino — studiato per salvare la vita terrena — viene visto come una minaccia e un veicolo di controllo. Si dubita degli studi scientifici, delle prove oggettive mediche e di tutta la verità documentabile e provabile.
Questa è la fotografia nitida della chiusura mentale di un popolo: un'umanità che non accetta il cambiamento e la complessità del reale, e preferisce aggrapparsi a un rituale immobile pur di non perdere le proprie rassicuranti certezze.
Dio e Scienza: La sfiducia nell'uomo e il rifiuto della grandezza.
Il fenomeno non si ferma alla medicina, si estende a ogni grande traguardo della nostra specie. Pensiamo all'allunaggio: abbiamo a disposizione migliaia di foto, video, analisi chimiche delle rocce lunari e dati scientifici ineluttabili. Eppure, c'è ancora una fetta di popolazione che sostiene sia tutto un fake, che nel 1969 mancassero le tecnologie necessarie o che sia "sospetto" il fatto di non esserci più tornati con un equipaggio umano.
Facciamo un gioco. Proviamo a immedesimarci in chi nega l'evidenza dei fatti e ammettiamo pure che il dubbio derivato dalla mancanza di un'esperienza personale sia legittimo. Alla base del pensiero complottista c'è proprio questo: il rifiuto di credere a ciò che non si è visto o vissuto in prima persona.
Se però questo scetticismo radicale è così forte da permetterci di ignorare prove oggettive e schiaccianti, allora dovremmo essere coerenti e applicare lo stesso identico filtro a ogni aspetto della vita.
Invece la coerenza svanisce. Non crediamo a tre uomini in carne e ossa che arrivano sulla Luna — nonostante le dirette televisive della partenza, dell'allunaggio, i reperti e i dati fotografici —, ma siamo pronti a credere alla creazione dell'Universo da parte di un Dio onnipotente che nessuno ha mai visto, descritto in un libro scritto da uomini per altri uomini. A parità di "mancanza di verificabilità diretta" da parte del singolo, preferiamo millenni di tradizione invisibile all'evidenza di un astronauta che calpesta la polvere lunare e ne riporta le prove a terra.
È il segno di una profonda, cronica sfiducia nei confronti del genere umano. Ci riempiamo la bocca di grandi parole, celebriamo la grandezza e la potenzialità dell'anima, ma quando queste potenzialità si realizzano concretamente davanti ai nostri occhi, le neghiamo. Le rifiutiamo perché superano il nostro limitato perimetro di concezione, preferendo rifugiarci nelle potenziali bugie storiche scritte nella Bibbia e professate dalla religione.
La verità è che l'uomo medio accetta la realtà solo a due condizioni: o deve poterla verificare nel giardino di casa sua, oppure deve essere così semplice da poterla masticare senza alcuno sforzo. Ecco perché la Genesi vince sull'Apollo 11. La Genesi è lì, stampata sulla carta: la puoi toccare, la puoi leggere ed è comprensibile da chiunque. Non richiede competenze di astrofisica, basta saper leggere. Tutto ciò che invece richiede uno sforzo intellettuale o esce dai confini del nostro rassicurante quotidiano viene immediatamente bollato come sospetto, manipolato o programmaticamente falso.
Dio e Scienza: L'ignoranza selettiva e il vuoto dell'incertezza
C'è un elemento ancora più ipocrita in questo atteggiamento, ed è quella che potremmo definire "ignoranza selettiva". Nella società di oggi, urliamo il nostro rifiuto nei confronti di qualcosa solo perché non riusciamo a comprenderlo o a controllarlo visivamente. Ma la verità è che si tratta solo di una facciata.
Se portassimo questo scetticismo all'estremo, se fossimo davvero coerenti con il nostro dubbio metodico, le nostre vite si bloccherebbero, perché tutto sarebbe falso. Non dovremmo assumere farmaci di cui non conosciamo la formula chimica, non dovremmo credere al motorsport solo perché non vediamo da vicino i piloti salire fisicamente in quegli abitacoli prima del via, né dovremmo fidarci della filiera industriale del cibo che mangiamo. Eppure, mandiamo giù sonniferi senza fare domande, guardiamo la TV dando per scontato che dentro quelle monoposto ci siano esseri umani e compriamo cibo confezionato fidandoci ciecamente del fatto che non ci avvelenerà.
Sono tre enormi atti di fede quotidiani che, seguendo la logica del complotto, dovrebbero gridare allo scandalo. Invece nessuno urla sui social contro la pizza surgelata, anzi, la si apprezza come "cibo salva serata". Non si può essere complottisti — e quindi ignoranti — a convenienza: o lo si è sempre, o non lo si è mai.
Ed ecco svelato il motivo per cui non gridiamo allo scandalo con i farmaci comuni, con lo sport o con gli alimentari: se dovessimo davvero sollevare dubbi su tutto questo, ogni singola certezza verrebbe messa in discussione. Tutto dovrebbe cambiare. E l'essere umano non vuole cambiare, specialmente quando si parla delle sue abitudini più intime, come il cibo e la salute. Mettere in dubbio la filiera alimentare significherebbe dover rinunciare alla comodità del supermercato; mettere in dubbio la medicina di routine significherebbe dover gestire la malattia senza paracadute.
È qui che la religione vince a mani basse sul nostro scetticismo di facciata. La religione non ci chiede di cambiare le nostre abitudini comode; al contrario, le protegge offrendo risposte pronte e immutabili da secoli. Diventa infinitamente più facile e rassicurante delegare tutto al divino, pregando Dio per guarire o per avere il pranzo servito in tavola, piuttosto che fare i complottisti coerenti e mettere sotto la lente d'ingrandimento le filiere umane che ci tengono in vita ogni giorno. La fede è un comfort psicologico che non richiede sforzo; la scienza è una fatica intellettuale che impone l'evoluzione.
Di conseguenza, scegliamo di mettere in discussione solo ciò che non stravolge direttamente la nostra quotidianità. Negare l'astrofisica o l'allunaggio non cambia la nostra giornata, mentre farlo con la medicina e la spesa di tutti i giorni richiederebbe uno sforzo enorme. Ed è ancora più semplice credere nella creazione della Bibbia e pregare Dio per mantenerci in vita.
È davvero troppo facile dubitare della scienza solo quando fa comodo, per poi rifugiarsi nell'abbraccio immobile di un dogma quando la realtà diventa troppo difficile da accettare.
Piccole riflessioni.
In fin dei conti, il paradosso che viviamo non è una questione di intelligenza, ma di coraggio emotivo. L’essere umano si trova davanti a un bivio costante: da un lato c'è la tentazione di rinchiudersi nel guscio rassicurante del dogma, del mito o del complotto a convenienza — mondi immobili dove tutto è già scritto, dove non occorre studiare e dove le risposte sono confezionate per non farci soffrire. Dall'altro c'è la scienza, con la sua promessa di portarci sulla Luna o di salvarci da un virus, al prezzo però di ricordarci continuamente che siamo creature imperfette, costrette a evolverci e a cambiare.
Negare le grandi imprese dell'umanità e abbracciare una potenziale bugia non è un atto di pensiero critico; è il sintomo della paura di crescere. Finché preferiremo la certezza immobile di un'illusione alla vertigine di una verità che si evolve, resteremo un popolo di bambini che preferisce guardare il cielo aspettando un miracolo, piuttosto che rimboccarsi le maniche e ammirare fin dove l'uomo, con le sue sole forze, è stato capace di arrivare.
M.












































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