Petrolio: tra follia e profitto.
- Mauro Longoni
- 14 apr
- Tempo di lettura: 15 min

Con la guerra in Iran stiamo tutti quanti impazzendo per il petrolio. Dopo che l'Iran ha chiuso lo stretto di Hormuz, in Europa si sono vissuti giorni di ordinaria follia.
Fra il prezzo della benzina che è raddoppiato in pochi giorni, aerei che rimarranno a terra e governi che stanno chiedendo ai propri cittadini di usare la macchina il meno possibile, sto vedendo qualcosa che non pensavo potessi vedere nella mia vita.
Sono stato sempre abituato a pensare che tutto funzionasse. Non mi sono mai posto il problema dei supermercati vuoti, di fare benzina o del viaggiare. Per me era scontato che il petrolio venisse estratto, trasportato, elaborato e venduto. Con questa crisi, l'importanza del petrolio è saltata alla luce in maniera anche piuttosto evidente.
Questa situazione di crisi mi ha fatto venire in mente due domande.
La prima è: che viaggio fa la benzina? Cioè, che viaggio deve fare il petrolio per passare da essere sottoterra a dentro il serbatoio della mia macchina?
La seconda è: quanto è importante il petrolio? Quanto questa sostanza condiziona la nostra vita?
Spoiler: il viaggio è un bel casino e il petrolio ci tiene per le palle. Buona lettura.
Alla Ricerca dell'oro nero.
Il petrolio non cresce sulle piante, non si rigenera come il sole o il vento e non esce dal rubinetto di casa. Se in casa vostra scorresse il petrolio, vuol dire che avete perforato un oleodotto. No, non siete diventati milionari, anzi, siete dei ladri che stanno rubando una proprietà privata di una multinazionale che fattura più di una nazione del G20.
Il petrolio si è formato dalla decomposizione di esseri organici nel corso di milioni di anni. Questo non fa del petrolio una risorsa rinnovabile. Va da sé, che una volta che il pozzo è prosciugato, non si estrae più nulla e si perdono milioni di dollari.
La sfida che ogni società nel business del petrolio ha, è quella di trovare sempre nuovi pozzi da perforare, per mantenere il business attivo e che generi profitto. Non è un caso che Trump volesse "annettere" la Groenlandia, isola ricca di risorse minerarie, compreso il petrolio.
La ricerca di quei nuovi pozzi non è una passeggiata, perché il petrolio non si trova in superficie. L'oro nero si nasconde dentro sacche rocciose sotto molti metri di terra. È un classico della vita: se si vuole qualcosa di grande, si deve lavorare sodo. Diciamo che in questo caso, non solo si lavora sodo, ma si spende anche parecchio.
Piccola premessa di geologia. Perché si formi un giacimento, devono coesistere tre elementi che i geologi cercano nelle mappe sismiche: la roccia Sorgente, dove il petrolio si è formato originariamente, la roccia Serbatoio, composta da roccia porosa (come arenaria o calcare) dove il petrolio può migrare e accumularsi ed una Trappola e Sigillo, una conformazione della roccia, spesso a forma di cupola, coperta da uno strato impermeabile (come l'argilla) che impedisce al petrolio di sfuggire verso la superficie.
Tutto inizia con lo studio della superficie. I geologi, con i loro bellissimi strumenti, vanno in giro per il mondo, pagati dalle aziende petrolifere, a cercare luoghi dove il petrolio potrebbe risiedere. Dato che l'oro nero non è altro che la trasformazione di materia organica nel corso di milioni di anni, cercano rocce sedimentarie che indichino la presenza di un antico bacino marino o lacustre, luoghi dove al tempo risiedeva la maggior parte della biologia terrestre.
Come diavolo si analizza qualcosa sottoterra, che non si può vedere, per sapere se giacciono miliardi di dollari o solo terra inutile?
O si usa la fotografia aerea e satellitare, analizzando le formazioni rocciose dall'alto per individuare anomalie strutturali, oppure la Magnetometria e Gravimetria, misurando le variazioni del campo magnetico terrestre e della gravità. Che diavolo c'entra la gravità con il petrolio? Poiché il petrolio è meno denso delle rocce circostanti, piccole variazioni nella forza di gravità, dato che un liquido viene risucchiato dal centro della Terra meno rispetto a un solido, possono indicare la presenza di potenziali bacini sedimentari.
Quindi, i nostri geologi, fanno selfie, vedono come la Terra risucchia tutto (pensando come mai il partner non fa lo stesso), finché non notano qualcosa di promettente, come una struttura rocciosa conforme. Sì, ma il petrolio è molto sotto. Scavare un buco con una pala non è poi una scelta geniale. Per carità, una volta finito si ha il fisico di Henry Cavill, ma sono geologi, non modelli per Calvin Klein.
I geologi, che stupidi non sono, fanno una cosa mega intelligente: provocano un terremoto controllato. Come si fa a provocare terremoti controllati? Tranquilli, non c'è nessun rituale, come la danza della pioggia.
Dipende se i geologi trovano una potenziale sacca a terra o in mare. A terra vengono utilizzati camion speciali chiamati "vibratori" (o piccole cariche esplosive) che inviano onde d'urto nel sottosuolo, mentre in mare non si usano i camion, per ovvie ragioni, anche se vorrei vedere la scena, ma si usano navi sismiche, le quali utilizzano pistole ad aria compressa che generano bolle d'aria ad alta pressione.
Le onde d'urto viaggiano nel terreno o nell'acqua, rimbalzano sui diversi strati di roccia del suolo sottoterra o sott'acqua e tornano in superficie, dove vengono registrate da sensori chiamati geofoni (a terra) o idrofoni (in mare). I dati raccolti vengono elaborati da supercomputer per creare mappe 3D dettagliate del sottosuolo.
Esistono due problemi ora. Si sa che c'è una potenziale sacca. Solo non si sa se sia remunerativa o solo un "fuoco di paglia". Le compagnie petrolifere, prima di spendere decine di milioni per l'estrazione, vogliono essere sicure che quel giacimento copra i costi.
L'unico modo per avere una quasi certezza che ci sia petrolio, e che sia abbondante, è perforare. A questo punto viene scavato un pozzo esplorativo, chiamato in gergo wildcat. Durante la perforazione, si analizzano i frammenti di roccia che risalgono (i cuttings) e si calano nel pozzo degli strumenti elettronici (logging) per misurare la porosità e la presenza di fluidi.
Esiste un altro problema. Nonostante le tecnologie avanzate, il tasso di successo dei pozzi esplorativi non è mai del 100%. È un investimento ad alto rischio: un pozzo può costare milioni di euro e risultare "secco".
Costi e Ricavi.
Costi.
Solo per capire se c'è del liquido nero, si spendono decine di migliaia di dollari. Un'indagine moderna può costare tra i 20.000 e i 100.000 dollari per chilometro quadrato a terra. In mare, i costi salgono vertiginosamente: una nave sismica ha costi operativi che possono superare i 250.000 dollari al giorno. Poi quei dati vanno analizzati e l'elaborazione tramite supercomputer e software di intelligenza artificiale aggiunge altri milioni al budget iniziale.
Giusto per dare una piccola stima su dati reali, nel 2024, la perforazione del pozzo esplorativo Yopaat-1 al largo del Messico è stata preventivata per circa 109 milioni di dollari.
Una volta fatta l'analisi e appurato che c'è qualcosa là sotto, si deve trivellare ed estrarre quello che in quel pozzo è stato protetto per intere ere geologiche. Questa è la classica "spesa, non spesa": se quel pozzo rende, i costi saranno irrisori, altrimenti si parla di un buco nell'acqua del valore di milioni. Sì, ma quanti milioni?
La cosa si fa davvero inaccessibile per moltissimi. Se il pozzo è onshore (quindi sulla terraferma), si parla fra i 5 e i 20 milioni di dollari.
Se, per sfortuna, il pozzo è in mare (quindi offshore) i prezzi lievitano fra i 30 e i 60 milioni, perché si ha bisogno di piattaforme autosollevanti. Se poi si è sfortunati al quadrato e quella maledetta sacca è in acque profonde, si arriva persino a 100 - 150 milioni di dollari e l'utilizzo di navi da perforazione ad alta tecnologia.
Il costo giornaliero di una nave da perforazione (drillship) può variare tra i 400.000 e i 500.000 dollari al giorno. Ogni giorno di ritardo a causa del maltempo o di problemi tecnici è un salasso.
Che sia a terra o in mare, c'è un'altra voce nella lista dei costi: quando si è vicini all'inferno. Più si va a fondo, più la pressione e la temperatura aumentano, richiedendo leghe metalliche speciali e fanghi di perforazione estremamente costosi.
E poi abbiamo la cara e vecchia politica. Un conto è operare in Groenlandia, un altro è in una polveriera come il Medio Oriente. Operare in zone di guerra o instabili richiede budget enormi per la sicurezza privata e le assicurazioni.
Ricavi.
Se vi state facendo la domanda "ma che senso ha spendere così tanto per praticamente nulla?" non fatela. Sebbene un pozzo esplorativo possa costare 100 milioni, un giacimento di medie dimensioni può contenere centinaia di milioni di barili. Ai prezzi attuali (circa 70-80 dollari al barile, con punte anche di 100), il valore potenziale di una scoperta fortunata è di miliardi di dollari, il che giustifica l'enorme investimento iniziale.
Giusto per mettere due numeri:
Pozzo a bassa produzione (es. "Stripper wells" negli USA): Producono circa 10-15 barili al giorno. Ricavo: ~$750 - $1.100 al giorno.
Pozzo medio (Onshore): Può produrre tra i 100 e i 500 barili al giorno. Ricavo: $7.500 - $37.500 al giorno.
Pozzo ad alta produttività (es. Arabia Saudita o Offshore profondo): Possono superare i 3.000 - 5.000 barili al giorno. Ricavo: $225.000 - $375.000 al giorno.
Giusto per mettere tutto in prospettiva, la Saudi Aramco ha dichiarato in anni molto recenti utili (non solo fatturato) superiori a quelli di Apple, Microsoft e Google messi insieme. Nel 2024, le cinque più grandi compagnie petrolifere (ExxonMobil, Shell, Chevron, TotalEnergies, BP) hanno avuto ricavi netti per 100 miliardi di dollari. L'intero mercato complessivo del petrolio nel 2024 valeva qualcosa come 4.438 miliardi di dollari. Nel 2025 si parla di 5.300 miliardi di dollari.
Pensate davvero che quei cento milioni di costi per lo studio siano tanti?
Come lo vendo?
Ho il mio pezzo di terra, il mio serbatoio da miliardi, ho la mia trivella che penetra per bene il terreno e ho le taniche per raccogliere quello che estraggo. Fino a qua, nessun problema.
Il problema sorge dopo. Finché il mio petrolio resta tale, non mi serve a nulla. Ho solo in mano una sostanza nera e viscosa. Quel petrolio deve diventare carburante, bitume o plastica per essere poi rivenduto e farci i miliardi. Ma come diavolo lo vendo?
Eh, questo è qualcosa di affascinante. La domanda è: che cosa possiedi? Seguite il ragionamento, perché è davvero stupendo.
Prendiamo ad esempio una società come Aramco. Questa società possiede sia i pozzi che le raffinerie. Cosa succede in questo caso? Aramco estrae il greggio, lo carica su una petroliera e lo porta a una raffineria. Qui il greggio viene raffinato e il prodotto finito viene stoccato in enormi cisterne. Quando il mercato chiama, queste vengono 'svuotate' per caricare i camion cisterna che trasporteranno il carburante o i prodotti derivati ai clienti finali: benzinai, aeroporti o industrie.
In questo caso, i soldi vengono fatti ovunque, sia che si venda il greggio, perché l'estrazione ha un costo irrisorio rispetto al valore di vendita, che anche sulla raffinazione, con i carburanti. Fino a qua, tutto semplice.
Però ci sono altri due casi. Ci sono società che hanno le raffinerie e non possiedono pozzi (la società Saras, per esempio) e ci sono per esempio Stati che hanno pozzi, ma nessuna raffineria, come Stati quali la Nigeria. Che si fa in questo caso? Beh, la logica direbbe "chi estrae vende a chi raffina". In linea di principio sarebbe anche un'idea semplice, in linea con il concetto di mercato che si conosce. Ma non funziona così.
Quello che succede è più complicato. Seguitemi, perché ci si può perdere. In questi due casi, esiste una "terza parte", ovvero un "trader". Il trader è praticamente la figura più importante di tutta la filiera della produzione di greggio.
Prendiamo ad esempio la Nigeria. Essa ha i pozzi, ma non ha le raffinerie. Mettiamo che dallo stato africano la petroliera deve arrivare a Rotterdam. Il greggio viene estratto, viene portato al porto, si carica la petroliera e questa parte. In questo momento, la Nigeria possiede il diritto di possesso del greggio che lo porterà a Rotterdam, mentre la nave è di proprietà di un armatore.
La petroliera non arriva in un paio di giorni in Olanda. Ci mette più di un mese ad attraccare al porto di destinazione. Cosa succede in quei 50 giorni? Nella realtà, succede che quella nave naviga con il suo bel carico. Il greggio di quella petroliera ha un'esistenza molto più movimentata. In questo lasso di tempo, il diritto di proprietà di quel greggio può essere venduto e rivenduto decine di volte da società finanziarie o banche. Perché? Perché è un mercato frenetico dove si specula sul centesimo di dollaro. Se improvvisamente scoppia una crisi in Brasile e serve greggio immediato, il prezzo lì sale. Un trader fiuta l'affare, compra il carico 'in volo', ordina al capitano di cambiare rotta e lo porta dove il guadagno è massimo.
E Rotterdam resta a secco? No. In quello stesso istante, un altro trader, magari con una nave che si trovava nel mezzo dell'Atlantico, vede che a Rotterdam il prezzo è diventato competitivo e dirotta la sua nave lì. Suona folle, ma i trader sono il 'sistema nervoso' del mondo: spostano l'energia dove serve (e dove rende di più) in tempo reale.
Non solo: paga in anticipo il carico, speculando sul prezzo. Può capitare che il greggio di quella nave, che parte dalla Nigeria, non sia di proprietà dello Stato, ma sia stato precedentemente comprato da un trader che, quasi sicuramente, rivenderà quel petrolio a un altro trader a un prezzo maggiore, durante il tragitto. In questo senso, i trader sono fondamentali perché arrivano ovunque, anche in zone inaccessibili per le società petrolifere che hanno un'immagine pubblica da difendere. Pensate a una nazione in guerra o con politiche controverse. Compagnie come la Shell, che devono proteggere la loro immagine, ufficialmente si tengono lontane da tale nazione. I trader no. Loro vanno, comprano e poi rivendono il carico a Shell. In questo modo Shell ha il greggio, ma non ha fatto affari con una nazione controversa, ma con un trader, che può essere una società indipendente qualunque.
Ora viene il bello. Il trader può essere chiunque. Per esempio, la società Saras può fungere da trader e comprare direttamente il greggio dalla Nigeria, oppure può comprare un carico in mare e dirottarlo in Italia. Basta solo avere il possesso delle polizze di carico. Chi ha in mano il documento originale ha il possesso legale del petrolio.
Inoltre lo Stato Nigeriano può diventare trader a sua volta, comprando un carico al volo, in caso di problemi interni di produzione. Oppure una banca può comprare un carico, depositarlo in cisterne da qualche parte nel mondo e rivendere il greggio alle raffinerie in tutto il pianeta.
Non solo il trader mantiene l'equilibrio del commercio. Ci sono altri due vantaggi del trader:
I trader sono fondamentali per società petrolifere. "Ma scusa, molte hanno il controllo totale della filiera?" Sì, ma ci sono certe raffinerie che sono settate per lavorare un certo tipo di "dieta" (es. greggio dolce/leggero vs acido/pesante). I trader sono maestri nel creare il "cocktail" di greggi perfetto per ottimizzare la resa di una specifica raffineria. In questo caso, il trader prende il greggio mancante e lo porta a questa o quella società che produrrà quello che deve produrre.
Inoltre, il trader raccoglie gli eccessi di produzione delle società petrolifere, prende altri eccessi di altri produttori e così ci carica una petroliera, abbassando i costi, perché una cosa è noleggiare tre petroliere e caricarle per un terzo, un conto è caricare una sola petroliera.
Cosa posso produrre?
Tutto. Questa è la risposta perfetta per rispondere alla domanda. Con il greggio puoi produrre tutto. A parte il legno, il metallo e il vetro, tutto il resto dentro casa nostra è derivato dal petrolio.
Prendiamo ad esempio un barile di greggio. Si tratta di circa 159 litri. Da un tipico barile di petrolio si ottengono mediamente:
70 litri di Benzina
40 litri di Diesel
15 litri di Cherosene
34 litri divisi tra gas, oli pesanti, asfalto e basi chimiche per la plastica.
Messa così, non dà molto l'idea di quello che viene prodotto dal greggio. Andiamo più nel dettaglio.
Carburanti (L'uso principale)
Oltre il 70-80% di un barile finisce nel settore dei trasporti e del riscaldamento:
Come prodotti abbiamo il GPL (Gas di Petrolio Liquefatti), come il propano e butano, usati per cucinare, riscaldare o come carburante per auto. Poi abbiamo la cara e vecchia Benzina, di gran lunga il prodotto più nobile, usato per tutti i motori a scoppio. Abbiamo il fratello della benzina, ovvero il Gasolio (Diesel), usato per auto, camion, navi e per il riscaldamento domestico. Poi c'è il Cherosene, il combustibile fondamentale per i motori a reazione degli aerei ed infine abbiamo l'olio combustibile, residuo pesante usato nelle grandi centrali elettriche o nei motori delle enormi navi mercantili.
Noi tutti conosciamo solo questi prodotti quando si pensa alla raffinazione del greggio. Non siamo nemmeno lontanamente vicini al potenziale che il greggio ha. Esso è come il maiale, non si butta via nulla.
La Petrochimica (Il mondo di plastica).
Questa è la parte meno visibile della raffinazione, ma quella forse più importante. Attraverso un semilavorato chiamato "nafta", il petrolio entra in quasi ogni oggetto che tocchiamo.
Partiamo dal polietilene, polipropilene e PVC. Dai flaconi dello shampoo ai componenti delle auto, dai giocattoli agli imballaggi alimentari, fino ai tubi dove passano il gas, l'acqua, la corrente ed internet. Tutto questo è derivato dal petrolio.
Ci sono anche le gomme sintetiche, fondamentali per produrre gli pneumatici, dato che la vera gomma dagli alberi non si estrae più, vista la richiesta di auto nel mondo, il greggio è un perfetto sostituto, insieme alla gomma riciclata.
Infine abbiamo le fibre tessili, come il poliestere, il nylon e l'acrilico. Ogni vestito che indossiamo, e che compriamo nei centri commerciali, proviene dalle raffinerie.
Non ho ancora finito.
Prodotti di uso quotidiano.
Questa è la parte più bella ed affascinante di tutte.
Quando abbiamo una villetta, vogliamo che il giardino sia in salute. Quindi usiamo il fertilizzante. Non solo, vogliamo che i raccolti non vengano distrutti, perciò usiamo pesticidi. Provate ad indovinare da quale sostanza hanno origine. Sì, dal greggio! Senza i derivati del petrolio, l'agricoltura moderna non potrebbe sfamare 8 miliardi di persone. Vogliamo migliorare la salute del pianeta, cerchiamo di salvare i raccolti, quando lo nutriamo e proteggiamo con il petrolio, una delle sostanze più velenose.
Inoltre, vogliamo farci belli e stare in salute? Ottimo, prodotti come Rossetti, creme idratanti, ma anche l'aspirina e molti rivestimenti di pillole contengono composti derivati dal greggio. Vogliamo una pelle in salute e vivere a lungo, ma ci mettiamo il greggio in corpo e sulla pelle.
Giusto, stavo quasi per dimenticarmi dei detersivi. I tensioattivi che sciolgono lo sporco sono spesso di origine petrolchimica.
4. I "Residui" (Il fondo del barile)
Come ho detto, del maiale non si butta via nulla. Anche del greggio nulla viene buttato. Quello che resta dopo aver "bollito" il petrolio è la parte più densa e appiccicosa. Anche questa parte meno nobile ha la sua dignità. Mai sentito parlare di bitume? Quella superficie nera sulla quale passiamo a piedi, in bici, in moto o con la macchina, che spesso fa buche ovunque, è l'ultimo scarto della raffinazione.
Abbiamo anche i Lubrificanti, come oli e grassi per motori e macchinari industriali, così la macchina può durare anni.
E poi abbiamo la paraffina, usata per candele, cere per pavimenti o per rendere impermeabili i cartoni del latte. La cosa divertente è che accendiamo una candela per profumare l'ambiente, senza sapere che quella candela è uno scarto del greggio, con cui inquiniamo l'ambiente. Uno spettacolo.
Lo Stretto di Hormuz.
Da quando la crisi iraniana, provocata dagli Stati Uniti, è esplosa, tutti stanno parlando dello Stretto di Hormuz come possibile piaga economica. Se si tiene conto che passano in media 20-21 milioni di barili di petrolio al giorno (combinando greggio e prodotti raffinati), circa il 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio, ci si rende conto che la chiusura di quel pezzo di mare è un problema enorme. Non si tratta solo di carburanti, già di per sé un dramma, ma anche di abbigliamento, manutenzione stradale e cosmetica. Paesi come il Qatar, per esempio, trasportano via mare tutti i prodotti della raffinazione in tutto il mondo. Ecco perché ora tutta Europa e Asia stanno in fretta e furia cercando una soluzione aggirando gli Stati Uniti. Senza quei barili l'economia europea, quindi globale, andrebbe quasi in ginocchio, perché il consumo sarebbe più alto dell'approvvigionamento, quindi prima o poi, la produzione si fermerà, come anche i consumi, perché non compri qualcosa che non c'è.
Perché il prezzo fluttua?
Partiamo da un concetto semplice: il prezzo della benzina che si paga non è deciso dal benzinaio sotto casa, ma da una danza caotica di cifre su dei monitor a migliaia di chilometri di distanza.
Il prezzo si decide al NYMEX di New York e all'ICE di Londra. Il prezzo fluttua ogni secondo perché migliaia di persone scommettono su cosa succederà domani. Se scoppia una rivolta in un paese produttore, il prezzo sale in un millisecondo prima ancora che un solo barile venga effettivamente bloccato, perché tutti comprano e rivenderanno a un prezzo più alto (mentre le navi sono già in viaggio). La crisi in Iran è un esempio lampante: quei 100 dollari al barile sono frutto di pura speculazione. Ogni giorno vengono scambiati miliardi di barili "di carta" (contratti), ma solo una piccola parte di questi diventerà mai petrolio vero consegnato a qualcuno. Se ci pensate, se un barile su una petroliera viene venduto 10 volte, è come se si fossero venduti 10 barili, quando in verità solo uno arriva fisicamente a destinazione.
Tuttavia il NYMEX si basa su un altro fattore, forse l'unico fattore che conta: si tratta di un'associazione di venti stati (Arabia Saudita (il leader di fatto e il più grande produttore), Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait, Iran, Venezuela, Libia, Algeria, Nigeria, Repubblica del Congo, Gabon e Guinea Equatoriale) che si siedono a Vienna per discutere le sorti del mondo. Ecco a voi, l'OPEC+, la più potente associazione del mondo. Loro sono quelli che decidono come andranno le economie.
Il gioco è molto semplice: se il prezzo è troppo basso, l'OPEC+ decide un taglio della produzione. Meno petrolio in giro, quindi il prezzo sale; se il prezzo è troppo alto, quindi con il rischio inflazione globale, l'OPEC+ aumenta la produzione. Più petrolio sul mercato significa che il prezzo scende.
Se ogni settimana si vedono prezzi diversi è per via di una speculazione forsennata e di una domanda e offerta che si muove in maniera folle.
Piccoli pensieri.
Siamo cresciuti pensando che il mondo fosse una macchina perfetta, dove bastava girare una chiave o premere un interruttore per attivare una complessa coreografia globale. Ma questa crisi ci ha mostrato la verità: siamo tutti seduti su una polveriera di carta e petrolio.
Quello che per noi è un gesto banale — inserire la pistola della pompa nel serbatoio o comprare un vestito — è in realtà l'ultimo atto di un'epopea brutale e straordinaria.
È il risultato di esplosioni nel deserto, di navi che cambiano rotta nel cuore della notte per un centesimo di dollaro in più, di geologi che leggono il respiro della Terra e di sceicchi che decidono il destino delle nostre bollette in una stanza d'albergo a Vienna.
M.











































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