Il paradosso della Principessa.
- Mauro Longoni
- 31 mar
- Tempo di lettura: 24 min
Aggiornamento: 14 mag

Stavo ripensando al post che avevo scritto riguardo al rapporto fra uomini e donne che ha regolato la società per tutta la storia dell'umanità (qui il link). Paragonando quella situazione a quella moderna, mi sono ritrovato davvero spaesato.
Siamo passati dagli anni '60 e '70 — anni impregnati di un dibattito tanto distruttivo per i vecchi schemi quanto costruttivo per i risultati ottenuti (il divorzio, l'aborto e le riforme del diritto di famiglia) — a un clima violento che non sta portando a nulla di concreto, se non all'allontanamento sempre maggiore dei due sessi.
Se si guarda la lotta di genere in questo momento storico, si vede una donna che nel dibattito pubblico odia, sminuisce e ridicolizza l'uomo, alimentando l'idea che "sia tutta colpa sua", e un uomo che evita la discussione, cercando conforto tra i propri simili e allontanandosi dal mondo femminile. Perché si ha la percezione che le donne siano diventate, dal punto di vista comunicativo, le "carnefici" e gli uomini "le vittime"?
All'inizio non avevo una risposta degna di essere discussa. Ma più scrivevo, più la verità mi appariva chiara: spesso la donna sa perfettamente che ciò che reclama non è raggiungibile, semplicemente perché non esiste. È così confusa nel guardare la realtà da contraddirsi da sola, colpendosi con il "fuoco amico" senza nemmeno rendersene conto. D'altronde, quando si urlano bugie per creare un problema inesistente, si finisce sempre per esagerare.
E quale sarebbe questo problema? Il Patriarcato. Quel potere maschile oscuro che chiuderebbe la donna in un "ruolo di genere", non permettendole nient'altro se non di essere madre e moglie. Una situazione sistematica e immutabile secondo cui la donna sarebbe condannata a un eterno svantaggio.
Questo sarà un viaggio che spero faccia riflettere e discutere... o forse sarà solo il modo più veloce per farmi etichettare come "membro onorario del patriarcato tossico".
Disparità?
Partiamo da un presupposto fondamentale: tra uomo e donna non esiste alcuna asimmetria giuridica. Esistono differenze biologiche, certo, ma questo è un altro discorso. So che suona incredibile, vista la mole di voci che urlano alla disparità legale, ma siamo arrivati a un punto di totale uguaglianza di diritti.
Facciamo una prova: elencate una sola cosa che un uomo può fare e che a una donna sia preclusa per legge. Vi sfido a trovarne una. Al netto dei paesi in cui la religione domina la sfera civile, in uno Stato di diritto dove la Ragione è il pilastro fondante, una donna può fare — e di fatto fa — esattamente ciò che fa un uomo.
Guardatevi intorno. Una donna può votare, autodeterminarsi, acquistare proprietà, fondare società, intraprendere qualsiasi carriera, scegliere il proprio partner e praticare ogni sport. Non c’è nulla che le sia vietato. Secondo il codice civile e penale, non esistono gabbie che la imprigionino.
Eppure, le donne si sentono ancora recluse. Per qualche motivo percepiscono una prigione trasparente che le fa sentire oppresse, talvolta manifestando un disagio che sembra superare quello delle donne dell'antica Atene o del Rinascimento, epoche in cui erano realmente relegate a oggetti ornamentali al servizio dell'uomo.
E se la gabbia fosse stata creata inconsciamente dalle donne stesse? Non per cattiveria o per un oscuro piano segreto, ma come conseguenza di una proiezione interna che le donne hanno di se stesse?
Il Dramma della Principessa.
Fin dal principio, da secoli ormai, ogni bambina nasce immersa nell’archetipo del "Principe e della Principessa". La storia la conosciamo tutti: la principessa prigioniera e il principe che combatte per salvarla. Sin dalle prime fasi della sua esistenza, la bambina viene cresciuta con la voce dolce di un padre che la convince di essere perfetta — come tutte le principesse — e di meritare l'uomo perfetto: il famoso Principe Azzurro. Non lo sto inventando io. Quante scene abbiamo visto di padri che impediscono alle figlie di interagire con i ragazzi, solo per proteggere quel "fiorellino delicato"?
All'interno di questo paradigma esistono però due problemi enormi.
Aspettative su se stesse.
Partiamo dal concetto base che ogni donna ha di se stessa: quello della perfezione. Crescendo con l’archetipo della principessa senza macchia, si sviluppa la convinzione automatica di essere impeccabili. In realtà, sappiamo che l'essenza umana è l'imperfezione, ciò che ci rende unici.
Questa illusione di perfezione porta la futura donna ad avere standard irrealistici. Se ti senti perfetta, ti senti infallibile; e se sei infallibile, senti di meritare tutto per diritto di nascita. Quando un uomo, in ambito professionale o privato, fa notare una lacuna o un errore, la donna si mette subito sulla difensiva, accusandolo di "sminuirla" in quanto donna. È come se non accettasse che un essere umano possa sbagliare, rivendicando una sorta di diritto ad avere sempre ragione.
L'altro "tilt" è la passività. La principessa della fiaba aspetta sempre di essere salvata. Anche nelle versioni moderne delle "principesse guerriere" — che affermano di essere forti da sole, alimentando l'idea dell'inutilità maschile — compare quasi sempre un uomo nel momento chiave per risolvere la situazione, anche solo moralmente.
Proiettando questo nel mondo moderno, dove la legge permette alla donna di fare tutto, il conflitto esplode: la donna può, legalmente, camminare con le proprie gambe, ma l'imprinting le suggerisce ancora che qualcuno (lo Stato, l'uomo, la società) debba "liberarla" o "validarla" per farla sentire davvero libera. In una cella che, di fatto, non esiste.
Ragioniamo in piccolo: quante donne si aspettano in una relazione un uomo "tuttofare"? Nonostante la retorica della forza e dell'autonomia, l'uomo deve ancora salvarla dalle piccole incombenze: lampadine fulminate, buste della spesa pesanti, motori che non partono. Potrebbe farcela da sola, eppure cerca qualcuno che agisca per lei. In questo cortocircuito, l'indipendenza diventa selettiva: vale per i diritti e per il potere, ma scompare magicamente davanti alla fatica o alla responsabilità del quotidiano.
Aspettative sugli uomini.
Parlando di "uomini tuttofare", il secondo problema riguarda l'ideale maschile che viene somministrato fin dall'infanzia. L'educazione di una bambina passa attraverso l'idea forzata di meritare il "Principe Azzurro": l'uomo perfetto, forte e senza macchia. Questa favola regge finché una ragazza non inizia a fare sul serio e cerca un partner per la vita. Qui il cortocircuito esplode.
Guardiamo in faccia questo "Principe": egli possiede esattamente tutte le qualità che la principessa desidera, qualunque esse siano. È l'unico uomo possibile; tutti gli altri sono semplici scarti, non adatti al ruolo. Piccolo spoiler: gli uomini reali sono esseri umani fallibili, non eroi da fiaba. Ogni uomo ha difetti, fragilità e limiti. Quando la donna si scontra con la realtà, prova una frustrazione rabbiosa: si rende conto che ciò in cui ha sempre creduto non esiste, e finisce per vedere il proprio compagno non come un essere umano, ma come un "principe che ha fallito il suo compito". Consumato l'inganno, la donna se ne va, tornando libera e disponibile, sperando disperatamente nella comparsa futura del proprio salvatore perfetto. Una figura che non comparirà mai, semplicemente perché la perfezione non è di questo mondo.
Ho detto "sperando", non "cercando", perché la principessa conserva un'indole passiva. Non spetta a lei muoversi: deve essere trovata, corteggiata e salvata.
Se si osserva la retorica attuale, si capisce perché così tante donne siano disperatamente single: stanno aspettando un salvatore che le tiri fuori da una stanza di cui possiedono già le chiavi. Ignorano il dettaglio più amaro: l'uomo migliore per loro è già lì, fuori dalla porta, ma non può entrare perché la stessa donna ha chiuso la serratura dall'interno, stringendo in pugno quella stessa chiave che si rifiuta di usare.
La Performance che non rende.
L'altro grande pilastro della retorica femminista moderna, quello che trasforma l'uomo in un tiranno, risiede nel concetto di competizione. La percezione diffusa è che nello sport esista una disparità sistematica, orchestrata dall'uomo, per relegare la donna a un ruolo marginale e sminuito. Per analizzare questo punto, prenderò come riferimento il calcio e il basket: due esempi lampanti di quella che definirei una vera e propria "cecità selettiva" femminile.
Prendo come punto di riferimento Alisha Lehmann, calciatrice svizzera, per analizzare questo fenomeno. Lei, come molte altre colleghe, si è fatta spesso portavoce della protesta sulla disparità di guadagno tra uomini e donne nel calcio. La sua dichiarazione più famosa, diventata virale e oggetto di accese discussioni, è stata: "Io e il mio ragazzo giochiamo lo stesso sport, facciamo lo stesso lavoro, ma lui guadagna diecimila volte più di me!". Questa singola affermazione, se analizzata con onestà intellettuale, smonta l'idea della donna oppressa in soli due passaggi logici.
Il primo punto lo fornisce proprio la Lehmann: "Io e il mio ragazzo facciamo lo stesso sport!". Riflettiamoci. Questa frase significa che la Lehmann, una donna, sta praticando la medesima disciplina di un uomo, con le stesse regole e gli stessi diritti.
Quello stesso diritto che lei e milioni di altre donne esercitano oggi è garantito da una società che la retorica femminista definisce "patriarcale", ma che non solo ha creato quegli sport, ma ha anche aperto alle donne la possibilità di giocarli in totale libertà e autonomia. Guardando la storia, è la prima volta dall'antico Egitto che una donna può affermare pubblicamente: "Io faccio l'esatta stessa cosa di un uomo!".
Oggi lo si dà per scontato, ma è un traguardo monumentale, se si considera la storia femminile fatta di prigioni sociali reali e strettissime. Altro che patriarcato oppressivo: questa è la prova del suo superamento.
Il secondo colpo viene assestato dal pubblico, composto da uomini e donne. Nel calcio, se chiedi chi sia Cristiano Ronaldo, chiunque sa rispondere; persino mia madre, che non ha mai seguito una partita, ne conosce il nome. Se chiedi chi sia Alisha Lehmann, molti esiteranno e chi risponde, spesso, non lo fa per i suoi meriti sportivi.
È colpa di un patriarcato tossico che vuole veder fallire le donne? Non direi. Se il patriarcato avesse davvero l'obiettivo di annientare la presenza femminile, non avrebbe mai permesso loro di accedere allo sport professionistico. Gli uomini hanno storicamente escluso le donne dal voto; escluderle dai campi da gioco sarebbe stato un gioco da ragazzi. Invece, accade il contrario: nel calcio o nel basket (WNBA), il settore maschile spesso sovvenziona, in parte o totalmente, quello femminile per garantirne la sopravvivenza. Questo la dice lunga sul perché una donna non guadagni quanto un uomo: lo sport ruota attorno all'interesse generato. È una regola che colpisce anche gli uomini. Se confrontiamo i campionati europei di basket con l'NBA MASCHILE, il divario è abissale: l'NBA paga i giocatori dieci, venti volte di più. Esiste forse un "patriarcato geografico" che opprime gli europei? No, semplicemente l'NBA attrae più attenzione, più sponsor e quindi più capitali.
Lo stesso meccanismo regola il divario tra i sessi. Nel calcio, le donne generano meno interesse. Ed è una mancanza di attenzione che proviene sia dal pubblico maschile che da quello femminile (lo stesso che poi urla alla parità salariale). Uomini e donne, in egual misura, preferiscono guardare lo sport maschile. Che sia per la mancanza di superstar globali (il marketing qui è sovrano) o per la differente intensità del gioco, il risultato è che il prodotto femminile è meno appetibile sul mercato. Meno appetibilità significa meno investimenti, e meno investimenti significano meno soldi da spartire. Se le donne che lamentano la disuguaglianza fossero le prime a riempire gli stadi del calcio femminile ogni domenica, il problema economico sparirebbe in un pomeriggio.
Si può fare di più? Certamente, ma non dipende dall'uomo. Al momento, gran parte del calcio femminile è in perdita. Le società, gestite da uomini che guardano ai bilanci, vedono quel "rosso" e non notano miglioramenti, chiedendosi quale sia l'utilità di tale investimento. Come ciliegina sulla torta, dall'altra parte arrivano solo lamentele su stipendi bassi e mancanza di riflettori. Se il movimento sportivo femminile trovasse un modo per rendersi mediaticamente attraente, nessun imprenditore sarebbe così masochista da dire di no ai profitti. Aspettarsi che siano "gli uomini a pensarci" è la perfetta definizione dell'archetipo della principessa: una passività intrinseca che attende che qualcun altro risolva i propri problemi.
Sapete qual è la cosa comica? È che le donne si lamentano spesso per un problema che hanno già dimostrato di saper risolvere. Pallavolo e Tennis ne sono gli esempi perfetti.
Nella pallavolo, il settore maschile e quello femminile viaggiano su binari paralleli di enorme successo; anzi, mediaticamente la pallavolo femminile gode spesso di un’attenzione e di un seguito persino superiori a quella maschile. Nel tennis, la storia è costellata di leggende che uomini e donne hanno amato senza distinzione: da Serena e Venus Williams a Steffi Graf, da Roger Federer e Rafael Nadal fino ai contemporanei Aryna Sabalenka e Jannik Sinner. Tutte queste figure siedono nell'Olimpo dello sport allo stesso livello di dignità e prestigio.
Lo stesso accade nell'atletica leggera, nel ciclismo, nel surf, ma anche in discipline come il poker, gli scacchi o il padel, dove le donne raggiungono visibilità, interesse e guadagni paragonabili a quelli degli uomini.
La chiave del successo? È arrivato quando si è smesso di scimmiottare il modello maschile e si è creato un prodotto specifico con le proprie superstar. In questi sport, le donne hanno capito che il loro modo di competere era differente, lo hanno promosso come un valore aggiunto e hanno vinto la sfida del mercato. Se accadesse lo stesso nel calcio e nel basket, i risultati sarebbero incredibili.
Uno sport femminile sano è un movimento che comprende le proprie diversità e le promuove come unicità. Questa unicità genera curiosità, attira capitali e costruisce quell'autonomia che le donne dicono di sognare. Continuare a urlare contro un "tiranno" che di fatto non esiste — come moderni Don Chisciotte contro i mulini a vento — non attira sponsor. Creare superstar, spettacolo e identità, invece, sì.
Lo Stipendio rubato.
Lo sport non è certamente l'unico settore in cui si levano cori di protesta per la scarsità di risorse destinate alle donne. In quasi tutto il comparto produttivo viene denunciato un divario universale tra i sessi. Secondo diversi studi e rapporti statistici, esiste una disparità salariale tra uomini e donne per la medesima mansione, in cui la donna risulterebbe costantemente svantaggiata. Ed è un dato di fatto: se ci si limita ai meri numeri, questo gap esiste. Tuttavia, la vera onestà intellettuale imporrebbe di entrare nel merito e comprendere perché questo divario si manifesti. È troppo comodo limitarsi a urlare "guadagno di meno" senza avere il coraggio di analizzarne le cause reali.
Il tempo che manca.
Una donna guadagna mediamente di meno perché, statisticamente, lavora meno ore. Non è una questione di incompetenza o pigrizia, ma di tempo effettivo messo a disposizione. In un sistema economico dove la retribuzione è legata al tempo e alla produttività, chi lavora di più, guadagna di più. Se la media statistica maschile è di 40 ore settimanali mentre quella femminile si attesta sulle 32, il gap non è un'ingiustizia: è matematica. La pretesa che emerge spesso dal dibattito femminista è quella di aumentare la paga oraria femminile per compensare il minor tempo lavorato. In altre parole: "voglio lo stesso stipendio mensile lavorando meno ore". È il paradigma del "solo diritti, niente doveri". Trovo questa posizione profondamente ingiusta: non si può chiedere un privilegio salariale per bilanciare una scelta (o una necessità) di orario ridotto. Quella non è parità, è un sussidio di genere. Invece di incoraggiare le donne a coprire lo stesso monte ore degli uomini, si tenta di forzare i datori di lavoro a creare un nuovo Gender Pay Gap, stavolta a danno dei maschi. È un ragionamento di rivalsa, quasi a dire: "Se capita a me è oppressione, ma se capita a un uomo è accettabile; ce lo ha fatto subire per decenni, ora tocca a lui". Ma la giustizia sociale non si costruisce vendicando il passato con nuove discriminazioni nel presente.
La domanda ora è: come mai una donna lavora di meno? Stando alla narrativa dominante, la donna sarebbe gravata dall'esclusivo carico della cura dei figli; quando è incinta percepirebbe meno o nulla, e spesso si troverebbe costretta a rinunciare alla carriera perché privata della propria libertà di scelta. Tutto questo porta alla riduzione statistica delle ore lavorate. La società, insomma, la forzerebbe a un bivio crudele tra realizzazione professionale e famiglia. Questi sarebbero i fattori che rendono il Gender Pay Gap un problema strutturale e insormontabile. La conclusione sembra scontata: è sempre e solo colpa dell'uomo, che incatena la donna a un ruolo di genere arcaico. In questo scenario, sembrerebbe non esserci alcuna via d'uscita o speranza di cambiamento.
Eppure, la speranza c'è. E risiede, paradossalmente, proprio nella realtà che molti preferiscono ignorare.
Per esempio, una donna ed un uomo potrebbero parlare nella coppia. Se si ricerca la parità, la si deve prima ricercare all'interno della coppia, mettendosi nelle condizioni di discutere alla pari e trovare una soluzione comune per dare alla donna e all'uomo quella parità che disperatamente si cerca. Molti ora penseranno "non succederà mai!". Ne siete sicuri? Sapete quanti neo papà vorrebbero restare a casa a godersi il figlio, ma non possono? Ci sono là fuori uomini che manderebbero tutto a quel paese, pur di stare con il proprio figlio o figlia. Gli uomini non sono animali insensibili ed egoisti. So che è facile da pensare, perché è facile, ma non è così! Come non tutte le donne sono approfittatrici e scalatrici sociali.
Perché non lo fanno? Beh, se un uomo non provvede finanziariamente per la famiglia, non è un uomo da prendere in considerazione per avere una famiglia, perché non interpreta il ruolo che le donne si aspettano. Questo non lo dicono gli uomini, ma le donne stesse. Per molte donne, "i miei soldi sono i miei soldi, i tuoi soldi sono i miei soldi!" (della serie la principessa si aspetta che il principe sconfigga il drago). Moralmente obbligano l'uomo ad andare a lavoro, perché se non provvede è un mezzo uomo. Fa niente se sarebbe un ottimo padre, se non paga le bollette, non è "un vero uomo". Sia mai che una donna paghi le bollette. È chiaro che, se lui sta tutto il giorno a lavoro, per prendere i soldi che servono alla sopravvivenza della coppia, lei deve stare a casa, perché qualcuno deve badare al bambino. A quel punto, lei si sente frustrata e lei divorzia. Finché le donne non inizieranno a scegliere partner basandosi sulla loro capacità di essere "buoni padri" invece che "buoni stipendi", il gap non si chiuderà mai.
Oppure, la butto lì, una donna potrebbe anche non fare figli. Nessuno obbliga una donna a rimanere incinta. Se una donna non ha figli, lavora di più, guadagna di più e il gap si chiude. Se una donna vede la sua libertà personale come qualcosa di assolutamente vitale, l'avere una famiglia perde di priorità, perché un figlio è una distrazione, che piaccia o meno vederla in questo modo.
No! È solo uno scherzo! Non giocte brutti scherzi! Fate almeno tre figli! Altrimenti, poi abbiamo il problema che non ci sono abbastanza figli per pagare le pensioni e l'economia crolla!
"Eh, ma è la politica che deve darci l'opportunità di chiudere il Gap! Non lo faranno mai, perché sono tutti maschi patriarchi!". È l'obiezione standard. Certo, potremmo imporre per legge congedi di maternità e paternità identici e obbligatori, oppure moltiplicare gli asili nido gratuiti. Ma siamo davvero sicuri che basterebbe a cambiare le cose?
Facciamo un piccolo giochino. Guardiamo quante donne sono in posizione di potere. Ogni anno stanno crescendo di numero. Molte di loro sono mogli e madri. Teoricamente, una donna al governo, se esiste questa lotta femminista, dovrebbero alzare la voce e combattere per le altre donne contro i maschi oppressori. Eppure non succede. Strano che quelle stesse donne, non si espongano per le altre donne. Dovrebbe essere nel loro interesse! Vuoi vedere che alle donne di successo non interessi nulla della lotta di genere? Se ci pensate, le donne in vetta hanno giocato al gioco maschile con regole maschili, hanno lottato contro di loro e hanno vinto. Quelle donne hanno raggiunto soldi e potere, anche se spesso sono mamme. Hanno avuto una mano? Assolutamente. La famiglia le avrà di certo aiutate. Quello che però hanno accettato è stato il sacrificare qualcosa nel tragitto. Se vuoi essere una buona mamma, quello é tempo che sacrifichi alla carriera e se sei in carriera, quello è tempo che sacrifichi nell'essere mamma. Anche per l'uomo vale la stessa cosa. Il compromesso va trovato, sempre. La lontananza da casa è un prezzo da pagare se si vuole lavorare. Questo non ha nulla a che fare con la politica o con il genere. Siamo solo uno e abbiamo un tempo limitato. Non importa se ci sia un nido o i genitori, se si è concentrati sul lavoro, non si è concentrati sul figli.
Siamo davvero sicuri che gli uomini siano così malvagi? Ho il vago sentore che molte donne non vogliano accettare l'idea del sacrificio: quel sacrificio che ogni uomo è costretto ad abbracciare perché la donna stessa, con le sue aspettative, lo spinge a farlo. Per troppe donne sembra che tutto sia dovuto e che non debbano esistere conseguenze alle proprie scelte. Mi dispiace, ma non è così che funziona il mondo. La battaglia che le donne dovrebbero combattere non è contro gli uomini, ma contro il tempo. L'essere umano, per sua natura, non ha il potere di sdoppiarsi: ogni "sì" detto a una carriera ambiziosa è un "no" detto alla maternità, e viceversa. È un limite biologico e fisico, non un complotto maschile. Finché si cercherà un colpevole esterno per non ammettere che ogni scelta comporta una rinuncia, il dibattito resterà sterile e vittimistico.
Lavori Maschili vs Lavori Femminili.
L'altro problema che incombe come un'incudine sulle donne sono le scelte che fanno. No, non si parla di Onlyfans. il sito bianco e blu non ha nulla a che fare con questo paragrafo. Parlo delle scelte lavorative.
Le donne, nel mondo del lavoro, giocano prudente e cercano un'occupazione che non le stressi troppo. Un esempio è Istruzione e Formazione, dove oltre il 70-80% del personale scolastico (soprattutto primaria e infanzia) è donna, la Sanità e Assistenza Sociale, dove le Infermiere, psicologhe e assistenti sociali sovreastano la controparte maschile e i Servizi alla persona, come Estetica, benessere e commercio al dettaglio. Tutti lavori dove la pressione non è alta, la routine è sempre la stessa, evitando quell'usura fisica e sacrificio di tempo. È chiaro che questa stabilità e comodita ha un prezzo da pagare: quei lavori sono poco pagati.
So che le donne possono dire "eh, ma anche in ufficio in negozio il lavoro può essere faticoso!" Siete così sicure?
Dall'altra parte invece gli uomini scelgono Edilizia e Industria Estrattiva, dove l'80-90% dei lavoratori sono uomini, i Trasporti e Logistica, dove quasi la totalità sono uomini e solo una piccola frazione di autisti di mezzi pesanti o corrieri è donna, il Settore STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria), dove gli uomini sono rappresentati all'80% e le Forze Armate, dove la presenza maschile oscilla tra l'87% e il 92%. Ora, fra piegare una maglietta o rispondere al tefono e lavorare in miniera o asfaltare una strada a Lugio con 40 gradi, quale dei due lavori è più usurante? Questi lavori sono più pericolosi e richiedono molto tempo fuori casa, ma sono quelli più pagati. Di sicuro più pagati di una commessa in un centro commerciale.
Ora, tenendo presente che esiste il diritto di una donna ad autodeterminarsi e a scegliere la carriera che vuole, perché non va in miniera, sulle piattaforme petrolifere, non guida bus e tram e non si arruola? Nessuno glielo vieta. Anzi, gli uomini sarebbero anche contenti. "Eh, ma una donna non è fisicamente forte come un uomo!" Vero, ma ha pur sempre un corpo da usare. Anche se tira su la metà del peso è sempre peso che un uomo non deve tirare su. Inolte, oggi la tecnologia (esoscheletri, macchinari, automazione) riduce il divario della forza fisica, aprendo alla donne nuove opportunità lavorative, rendendo la scelta di non fare certi lavori puramente culturale o di attitudine, non biologica.
"Eh, ma il mio uomo non accetterà mai che io stia fuori per giorni?" Sicura di tutto ciò? Se la donna è in una relazione alla pari con un uomo, si può trovare una soluzione, dato che per fare certi lavori maschili si deve studiare parecchio ed è una mansione che impari molto prima di diventare moglie o mamma, il che significa che il partner è a conoscenza del lavoro della donna e ci si può regolare, in caso si voglia creare una famiglia.
È davvero buffo pensare come le donne, che tanto vogliono fare soldi, non vadano dove sono i soldi. E se non volessero? E se quella piccola principessa dentro la loro mente le sussurrasse che "meritano di avere le unghie perfette mentre sono sedute nel CdA di un'azienda, non avere le mani rovinate dal carbone!" A questo punto si spiega perché le donne urlino e scendano in piazza per avere le quote rosa nei CdA, ma non fiatano per la parità dei sessi nelle piattaforme petrolifere o sulle navi container. La parità che viene richiesta sembra essere una parità 'di vertice', mai una parità 'di trincea'.
"Eh, ma gli uomini potrebbero anche non fare quei lavori! Nessuno li obbliga!" Certo, e poi ci si lamente che le strade fanno pena, le fogne sono intasate, non si può fare rifornimento e i supermercati sono vuoti. Un altra cosa, ogni volta che si fa shopping online e si compra un jeans, quel pezzo fdi stoffa non compare magicamente dentro l'armadio, ma viene consegnato. Chi pensate muova quel jeans? Quasi sicuramente non una donna. Inoltre chi ha prodotto, trasportato e montato quel mobile, chi ha costruito la casa dove vivi? Un uomo...l'essere più disrezzato dal genere femminile.
L’intera società moderna è costruita sul sacrificio invisibile degli uomini: morti sul lavoro, usura fisica debilitante, isolamento sociale estremo nelle piattaforme petrolifere o nei cantieri. Pretendere i risultati economici di questo sistema senza volerne condividere i costi fisici è la negazione stessa del concetto di uguaglianza. È evidente come la lotta per la parità si concentri troppo spesso solo sui "premi" della società, ignorandone gli "oneri" più pesanti; quegli stessi oneri che, di fatto, costituiscono la base della ricchezza di tutti.
La gabbia.
L'altro grande aspetto del Gender Gap è quella gabbia di vetro invisibile che circonda una donna. Secondo la retorica, una donna non può fare carriera, o fino a una certa soglia. Quello che si dice è che una donna non è affidabile, dato che un giorno potrebbe rimanere incinta, quindi un datore di lavoro non può fare piani a lungo termine, dato che ella "potrebbe sparire" per mesi o non tornare mai più. Apparentemente un uomo, se deve scegliere fra un uomo e una donna, sceglie un uomo.
Qua ci sono due problemi.
Il primo è che donne come Kamala Harris e Giorgia Meloni, per quanto si possa discutere la parte politica in cui stanno e la loro ideologia, sono donne che sono arrivate al vertice della piramide in paesi molto importanti come USA e Italia... entrambe le donne sono mamme. Inoltre là fuori ci sono innumerevoli esempi di donne che sono arrivate in vetta e hanno avuto figli.
Se vogliamo davvero essere precisi, anche per gli uomini esiste la gabbia di vetro. Non ha nulla a che fare con la biologia, ma con il compromesso. Se la donna combatte il pregiudizio sulla maternità, l'uomo combatte contro un sistema di cooptazione e nepotismo dove spesso non vince chi è più bravo, ma chi è più 'allineato' al potere. Le ingiustizie sono diverse, ma l'effetto è lo stesso: il merito viene calpestato.
Le donne hanno l'utero, l'uomo ha il nepotismo. Se vogliamo davvero vedere le ingiustizie, sono da entrambe le parti.
Il secondo problema, al netto dell'utero e nipotismo, è che forse non si è degni per quella posizione. Forse la gabbia sociale esiste, perché non si é sufficientemente preparati per quella posizione. Quando si vuole fare carriera si deve dimostrare di avere una certa preparazione ed attitudine. Qua avviene il grande tilt. Un uomo, se capisce di non essere all'altezza, non fa una piega ed accetta l'esito. Una donna urla alla discriminazione di sesso, quando, in verità, non aveva quella personalità, talento o preparazione per ricoprire quel ruolo. Questa è la classica esternazione dell'idea della "principessa perfetta, quindi infallibile, senza lacune!".
Forse sarebbe ora che molte donne lasciassero la principessa chiusa nel castello e vivesse fra la gente comune, dato che lei, come gli uomini, è un essere fallibile e tutt'altro che perfetto. E dovrebbe anche smetterla di urlare contro gli uomini nel business. L'uomo che non è "allineato" o che non fa parte del "giusto giro" subisce un'esclusione altrettanto violenta, ma a differenza della donna, non ha una narrazione sociale pronta a difenderlo o a giustificarlo. L'uomo che fallisce è solo "un fallito", la donna che fallisce è "una vittima".
La contraddizione della carne.
C'è un ultimo grande aspetto che mi affascina. Ho citato Onlyfans in precedenza. Questo è il momento di parlarne. Uso Onlyfans come grande "colpevole", ma questo cragionamento vale per social media come Instagram o per le campagne pubblicitarie.
Piccola premessa: non parlerò della piattaforma e della scelta che le donne fanno. La libertà è personale e va rispettata e protetta, anche se va contro l'ideale personale e sociale. Nessuno di noi ha il diritto di dire quello che una donna può o non può fare. Quello che si può fare è agire di conseguenza, in base ai nostri ideali e alle nostre convinzioni, e giudicare tale scelta. Quella è una libertà che ognuno di noi ha. Se si fa qualcosa, bisogna anche essere in grado di accettarne i giudizi.
Tuttavia Onlyfans è l'esempio perfetto che descrive il femminismo moderno.
Business carnale.
Prima di qualunque argomento a riguardo, partiamo dai freddi numeri. La piattaforma ospita circa 4,6 milioni di creatori di contenuti attivi a livello globale. Le donne rappresentano la stragrande maggioranza, con stime che oscillano tra il 70% e l'84%. Parliamo di circa 3,2 - 3,8 milioni di donne che utilizzano la piattaforma come creator. Quindi su cento persone, 75 (facciamo una media) sono donne e 25 sono uomini.
È palesemente un mondo controllato dalle donne. Nessuno può dire il contrario. La cosa ancora più bella è la storia che circonda OnlyFans. Timothy Stokely fondò OnlyFans nel 2016 come sito di abbonamenti per permettere ai creator (artisti, fitness influencer, musicisti) di monetizzare il rapporto con i fan, esattamente come Patreon. Non era una piattaforma per i contenuti per adulti. Quello che è successo è che le donne hanno trasformato la natura stessa di OnlyFans, portando la pornografia al suo interno, cambiandola in quello che è ora. Quando la stessa piattaforma ha provato a eliminare e vietare quei contenuti, tutti (uomini e donne) si sono ribellati in massa, facendo fare a OnlyFans una retromarcia colossale.
Le donne hanno accettato di stimolare sessualmente un uomo, oggettificandosi, per una mera questione economica. Aspettate un attimo: non è quello per cui le femministe stanno lottando, ovvero far capire al mondo che le donne non sono solo tette e culo? Bello vedere come le femministe siano colpite dal fuoco amico... un fuoco che arde molto forte.
"Eh, ma anche gli uomini fanno queste cose!". Giusta osservazione. Quello che frega sono i motivi.
Le donne vogliono essere nude per apparire, stuzzicare, eccitare e fare soldi nel mentre. E ne fanno molti. L'intera industria per adulti si basa su donne vogliose ed esibizioniste che fatturano sulla mercificazione della propria immagine. Questo le donne lo sanno perfettamente, come sanno perfettamente che fare sesso con uno o più uomini paga bene, quindi "assumono" uomini per arricchirsi.
L'uomo non ha fatto partire nulla: ha semplicemente risposto presente a una richiesta che le stesse donne hanno creato. Se non ci fossero così tante donne nude, non ci sarebbero uomini nudi. Agli uomini interessa poco tale universo. Vanno dove ci sono i soldi e donne disponibili e dato che le donne su OnlyFans sono disponibili e muovono miliardi, l'uomo tenta di avere una fetta.
La cosa che fa davvero riflettere è che molti dei contenuti su OnlyFans non hanno nemmeno un uomo, ma solo donne. Teoricamente OnlyFans potrebbe sopravvivere senza uomini: ci sono categorie dove gli uomini sono nascosti (come i POV video) o non ci sono proprio (penso ai contenuti con due donne o solo donne che giocano con il proprio corpo).
In un mondo così dominato dalle donne, c'è qualcosa che succede, di cui nessuna donna parla: una donna nuda fattura milioni, un uomo qualche migliaio di euro. Differenza enorme, non trovate? Aspettate un attimo, però! Le donne sono pagate diecimila volte più degli uomini (citando Alisha Lehman). Questo è un palese caso di Gender Pay Gap. Come mai le donne non si lamentano dell'inequità? Giusto, dovrebbero essere gli uomini a lamentarsi. Ecco, perché gli uomini non si lamentano? Sono matti?
No, semplicemente sanno come funziona il mondo. Sanno che la domanda crea l'offerta e l'offerta crea soldi. Lo si vede nello sport. Quindi conosciamo il meccanismo ed accettiamo quello che succede, perché siamo consapevoli che il mercato del "corpo nudo" non è un mercato maschile, dato che il pubblico (maschi e femmine) vuole vedere i corpi femminili.
Amore Impossibile?
In questo mondo fatto di cascate di soldi per le donne, sucede qualcosa di molto particolare. Quelle stesse, che si vendono come oggetti, cercano in tutti i modi di essere considerate come donne e che, come tali, hanno diritto ad avere una chance ad una famiglia felice e vivere un rapporto amoroso sano con un uomo. Non si può avere botte piena e moglie ubriaca o recitare il ruolo di giudice e giuria. È quanto meno ingiusto pretendere che l'uomo cambi la sua natura (il desiderio di una compagna "esclusiva") solo perché la donna ha deciso di cambiare la propria (trasformando l'intimità in business).
A nessun uomo piace stare con una donna che fa sesso per soldi con altri uomini. Per questo motivo molti uomini si rifiutano di cominciare una relazione o la rompono, se la donna vuole intraprendere questa carriera. La donna deve fare una scelta: o il sesso a pagamento o l'amore. Per molti uomini, il fatto che migliaia di sconosciuti possano vedere o interagire con il corpo della propria compagna distrugge il concetto di "esclusività" che sta alla base del legame amoroso.
"Eh, ma questo è puro patriarcato, perché un uomo non deve decidere del corpo e della carriera di una donna!". Ok, quindi l'idea è che una donna può tradire per soldi, perché fare sesso con un altro uomo o donna, seppur per soldi e pubblicamente, è comunque tradimento, deve essere accettato dall'uomo a prescindere?
Se è così, allora l'uomo può fare sesso settimanalmente con il proprio capo o collega donna, per avere vantaggi lavorativi. Questo mi sembra un buon compromesso, giusto? Oppure il fare sesso ottenendo benefici deve essere una prerogativa femminile, solo perché donna?
Autodeterminazione fasulla.
La cosa che mi affascina di tutto questo discorso è la giustificazione che si da, quando una donna decide di fare sesso davanti ad una telecamera.
La giustificazione che si da è sempre la solita: "women empowering". Per chi non lo sapesse, si tratta di una definizione che le donne usano per giustificare un'altra donna mezza nuda in pubblico. Tanto più una donna è svestita, tanto più quella donna è "sicura di se ed indipendente".
Dove la stranezza? La reazione che hanno con gli ometti. Lasciatemi spiegare.
Se una donna è nuda su internet e un uomo le dona soldi o le fa apprezzamenti anche diretti e senza filtri, le donne sono contente di tutto ciò, perché "sono imprenditrici di se stesse" e "gli uomini mi apprezzano". Se, però, sono mezze nude in pubblico ed un uomo fa le stesse cose, viene definito un depravato, un pervertito e viene denunciato. Quindi se l'uomo apprezza dietro uno schermo va bene, ma dal vivo è da codice penale?
Questo è un gigantesco tilt che le donne propongono costantemente. Le donne vogliono le attenzioni dell'uomo, solo quando lo vogliono loro ed in determinati contesti. Ormai il complimento si basa sull'interesse economico e sul contesto: se si è su OnlyFans e il complimento vale 5 dollari è apprezzatissomo, in palestra vale una denuncia per catcalling. La cosa ancora più brutta è che il contesto cambia da donna a donna e la stessa donna lo cambia a piacimento, se l'uomo le piace o meno. Il doppio standard è così grande che è difficile da gestire, senza conseguenze gravi.
"eh, ma su OnlyFans c'è il consenso preventivo (pagando entri in uno spazio sessualizzato), mentre in pubblico no!" Giusta osservazione, se ci fosse una linea netta. Se una donna su internet fosse nuda e in pubblico no, allora potrei anche capire la logica. È comunque strana, perché quella donna comunque si masturba pubblicamente su internet, ma posso convivere con tale mentalità. Il problema è che la linea tra pubblico e privato è sfumata, perché la donna si mostra svestita in pubblico citando l'empowerment.
Ora, dato che l'uomo sa che unna donna la si può apprezzare solo su internet e sotto pagamento, mentre in pubblico è un atto da denucia, l'uomo ha deciso, oltre ad altri motivi, di non fare nulla. Di pagare per una prostituta digitale (perché di questo si parla) non si ha voglia, di raccogliere saponette in galera acora meno, quindi sta semplicemnte zitto, sguardo basso e si ignora completamente il genere femminile.
La cosa comica? Le donne si lamentano di tale ignoramento. Le donne sono scioccate che l'uomo non le guarda più. Esse dicono "cavolo, mi mostro mezza nuda in pubblico, ma nessuno mi guarda! Cosa è successo al mondo?" Beh, è successo che l'uomo è stato umiliato e confuso così tanto da questo "empowerment", che preferisce stare alla larga e bere birra con gli altri uomini. In un mondo dove un complimento può diventare una denuncia, il silenzio non è solo una scelta di dispetto, ma una strategia di sopravvivenza sociale.
So, che la morale moderna tende a non accettare l'idea che l'uomo possa essere ferito o confuso dalle scelte femminili; ci si aspetta che l'uomo sia un robot che si adatta senza provare risentimento. Però questo è il mondo moderno, un mondo che le donne hanno lasciato tempo fa, per vivere in un universo che non esiste, fatto di totale libertà, protezione e diritti e nessun dovere.
M.












































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