Cronaca di una politica fallita.
- Mauro Longoni
- 2 apr
- Tempo di lettura: 13 min

La vecchia politica è uno di quegli aspetti della vita che non smette mai di creare problemi. Tra decisioni di casta, politiche sbagliate, mancato controllo o semplice incompetenza, ci ritroviamo a ogni legislatura a criticare chi è 'al potere' perché non fa nulla o, peggio, fa la cosa sbagliata.
Da quando sono nato, ovunque io abbia guardato, la politica ha sempre fatto un buco nell'acqua. È difficile trovare un Paese dove le istituzioni abbiano lavorato bene e i cittadini siano davvero contenti. Tra guerre, crisi cicliche e scandali di ogni genere, ne abbiamo viste di tutti i colori.
Quello che mi chiedo oggi, dopo 35 anni, è questo: come mai non mi è ancora capitato di assistere a un modello politico che funzioni davvero? Un sistema che sia, finalmente, un vanto per i suoi cittadini e non un peso?
Che cosa è la politica?
Prima di ogni ragionamento o discussione a riguardo, si deve sempre partire dal principio. In questo caso il principio è solo uno: il concetto.
La "politica" come concetto fu un colpo di genio totale degli antichi greci, più precisamente ad Atene, città-stato fonte di grande sviluppo artistico, filosofico, letterario e di grande oppressione femminile... ma questo è un altro discorso. La 'politica' non è nata come una carriera, ma come un’esigenza, l'arte della gestione della polis, il luogo dove il cittadino smetteva di essere un individuo isolato per diventare parte di una comunità.
La politica era filosofia in azione, dibattito, visione. Il concetto era molto semplice: tutti i cittadini maschi erano parte fondamentale della città e tutti avevano diritto di dire la propria, esporre la propria idea e condividerla con la comunità, con lo scopo di rendere Atene la versione migliore che la città potesse essere.
La politica era così importante che, chi non si occupava della cosa pubblica veniva chiamato idiotes (colui che si occupa solo dei propri affari privati). Fa pensare che al tempo l'idiota era lo stupido che non si occupava della cosa pubblica, mentre ora idiota viene usato per identificare colui o colei che è al potere.
La politica di Atene, quella originaria, era a partecipazione diretta. C'era un luogo predisposto per tutti i cittadini per presenziare ed esporre la propria davanti a tutti. Poi si andava al voto e la maggioranza vinceva. Se Atene fu considerata la culla della democrazia, questo è il motivo.
Oggi abbiamo una democrazia che si basa sul voto. Come ci siamo arrivati? Beh, il viaggio non è stato propriamente dei più lineari. Anzi, è stato un percorso violento e tinto di rosso.
La Morte della Politica?
Quella luce accesa ad Atene non era destinata a durare. Con l’espandersi dei confini e il passare dei secoli, quella partecipazione diretta iniziò a sbiadire, lasciando il posto a strutture dove il potere tornava a chiudersi in stanze strette.
Dopo Atene, abbiamo assistito a un crollo filosofico verticale. Con l’Antica Roma si ebbe una parvenza di democrazia, specialmente durante l'età repubblicana, con le assemblee popolari (i comizi), i consoli, i pretori e gli edili. Tuttavia il vero cuore fu il Senato, assemblea di membri maschi appartenenti alla casta aristocratica. Se il popolo aveva mantenuto quella idea di "polis" come partecipazione alle dinamiche pubbliche tramite il dibattito, quello che contava era solo il Senato, letteralmente un'assemblea delle famiglie patrizie (la "casta") e il voto delle assemblee popolari era pesato in base al censo (chi aveva più soldi contava di più). Una casta che si tramandava "la poltrona" da padre in figlio. Della serie "i poveri possono urlare, ma i ricchi hanno le redini" 2000 anni di storia e la società sembra non cambiare mai.
Poi con la fase imperiale, il Senato divenne solo un paravento per la volontà dell'Imperatore. Un po' come le dittature moderne: elezioni "democratiche" palesemente truccate o forzate, dove il parlamento "lavora", ma è il presidente che fa la politica, facendo il bello e il cattivo tempo.
Poi è arrivato il Medioevo, un’epoca in cui i monarchi regnavano, ma erano controllati a loro volta dai signori locali e da una Chiesa che parlava in nome di Dio. Una vera e propria matrioska del potere, dove il cittadino spariva per diventare suddito, senza diritto di parola, dato che non esisteva nessuna assemblea popolare. Il potere era diviso fra i signori locali, il re e la Chiesa. Come in America, dove il monarca sembra potente, per poi scontrarsi con le lobby, che lo hanno finanziato, e la morale cristiana (spesso solo una facciata).
Persino il Rinascimento, con tutto il suo splendore artistico e il ritorno ai classici, della democrazia ha conservato solo i libri. Si scolpiva come Atene, si dipingeva con l'idea della proporzione classica, si ragionava come ad Atene, ma il potere non era come Atene. Esso restava esclusivamente un affare di famiglia, tramandato tra regnanti che spesso, pur di non cederlo, si sposavano tra consanguinei.
La democrazia monarchica (1600-1900).
Per tre secoli Francia, Spagna, Inghilterra, Portogallo ed Olanda la facevano da padrone nel mondo intero con il colonialismo. Le grandi potenze monarchiche e coloniali dominarono incontrastate sul pianeta dal 1600 fino a praticamente la prima guerra mondiale, dove persero sia l'egemonia mondiale e, gradualmente, le colonie. A parte l'Olanda, controllata da mercanti e borghesi, le altre monarchie per secoli ebbero potere di vita e di morte.
Se in Spagna il dominio degli Asburgo prima e dei Borboni poi fu totale, in Inghilterra e Francia fu diverso, dove i primi segnali di "democrazia" riaffiorarono.
Inghilterra.
In Inghilterra i regnanti ebbero potere assoluto. Basti pensare a Enrico VIII, che fece uccidere le proprie mogli solo perché non gli davano figli maschi. La democrazia 'riaffiorò' però già nel 1215 con la Magna Carta. 'Scusa, ma siamo nel 1600 e parli del 1200?' Sì, è fondamentale fare un piccolo passo indietro.
Re Giovanni Senzaterra era un tiranno incompetente e avido.. Nel suo fallimentare regno, rubava a tutti, pur di finanziare spedizioni miliatari fallimentari in Francia in successione (perdendo tutti i territori, da qui il soprannome "senzaterra) e decideva da solo chi imprigionare e chi no. I baroni non ci stettero e cominciarono una guerra civile, "la prima guerra dei baroni".
Sconfitto, il re fu costretto a firmare un documento che dice: "Il Re non può tassare nessuno senza il consiglio dei nobili". Non è la democrazia monderna, ma fu il primo passo.
Nel corso del secolo successivo, viene convocato il primo parlamento, dove sedevano baroni e cittadini delle città e contee (L'odierna Camera dei Comuni) e poi nel 1341 il parlamento di divise in Camera del Lords (Nobili e Clero) e Camera dei Comuni (cittadini benestanti). Quello fu un equilibrio dove il re era legato dal parlamento che decideva praticamente su tutto. Per dovere di cronaca, il Re aveva ancora moltissimo potere (poteva dichiarare guerre, nominare ministri), però il Parlamento però aveva in mano i soldi. Senza il voto del Parlamento, il Re non aveva budget. Era un ricatto economico continuo.
Nel 1600, dopo secoli di "oppressione democratica sulla monarchia", i Re Stuart (come Carlo I) si ribellarono a questo controllo e provarono a fare i "monarchi assoluti" alla francese, ignorando il Parlamento. Risultato? Una guerra civile e la decapitazione del Re nel 1649. Forse era meglio non provarci nemmeno, ma sappiamo che i monarchi non sono furbi.
Da li ci fù una breve fase repubblicana senza re, guidata da Oliver Cromwell, e dopo si assistette ad una serie di re problematici. A quel punto il Parlamento, stufo del caos, fece una mossa geniale. Chiamo un re straniero (Guglielo D'Orange), gli offrirono la corona nel 1688, ma lo costrinsero a formare un patto. Più che un patto, si trattava di un vero e proprio giuramento di fedeltà alla legge, la "Bill of Right". Per la prima volta nell storia, un Re ammetteva di non essere sopra la legge. Da quel momento, il parlamento ebbe il potere totale su tutto e il re PER LEGGE non poteva fare nulla senza autorizzatione del parlamento stesso.
Come venne creato quel parlamento bicamerale (Lords e Comuni)? Il concetto antico di Atene era impossibile da applicare: tropper persone. Si fece qualcosa di sofisticato: gli uomini furono chiamati a votare persone che li rappresentassero nelle due camere. In più i cittadini avevano diritto di parola in parlamento. Nel 1689 fu creato l'idea di parlmento moderno per delega.
Quindi dal 1600 in poi, l'inghilterra fu una democrazia monarchica, che dura fino ad oggi.
Francia.
Se l'Inghilterra aveva trovato un modo (violento, ma efficace) per far convivere Re e Parlamento, dall'altra parte della Manica la corda si spezzò definitivamente. In Francia non ci fu spazio per i patti: si scelse la rottura totale.
in Francia si sparse il sangue. La storia si può riassumere "se non la capisci con le buone, te la faccio capire con le cattive!".
Prima fu la volta dell'Illuminismo, cercando di far cambiare la mentalità alla società intera con la ragione. Filosofi come Montesquieu teorizzarono la separazione dei poteri (Legislativo, Esecutivo, Giudiziario) per evitare che uno solo comandasse su tutti. Rousseau, invece, riprese il concetto di "Volontà Generale": il potere non appartiene a Dio o al Re, ma al popolo. Dopo secoli di "matriosche del potere", si torna a dire che la politica è affare di tutti.
Il re, nel frattempo, ascoltò da un orecchio e fece uscire tutto dall'altro, continuando a fare quello che voleva. Se si aggiunge che la Francia visse in quel periodo una pesante crisi economica, dove la gente moriva letteralmente di fame, mentre l'aristocrazia se la spassava (famosa fu la frase che le leggende Maria Antonietta disse: Se non hanno pane, mangino brioche), dalle parole si passò ai fatti. Il popolo era stanco di soffrire, mentre i re si godevano la vita.
Con la Rivoluzione Francese, l'obiettivo non è più limitare il Re (come fecero gli inglesi), ma abbattere l'intero sistema. Prima la rivolta della pallacorda il 20 Giugno 1789, con la richiesta di una Costituzione, dopo "La Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino" dell'Agosto 1789, furono due momenti iconici per la storia nella sua totalità. Già nell'articolo 1 si palesò la "dichiarazione di guerra alla monarchia": "Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti."
Per affermare la libertà e la democrazia, la Francia passò attraverso il Terrore e migliaia di esecuzioni. La politica diventò, per la prima volta in epoca moderna, una questione di vita o di morte nelle piazze.
La rivoluzione portò alla fuga, nel 1791, del re e della regina. Quando il popolo lo seppe, si dichiarò la prima repubblica. Poi il re fu fermato, catturato, riportato a Parigi e decapitato con tanto di regina. Era il simbolo della fine di un'epoca...per quel momento. Poi arrivò Napoleone, istaurò un regime totalitario, poi cadde e furono reinseriti i regnanti vecchi. I vecchi cercarono di avere di nuovo potere totale, il popolo non ci stette, furono costretti alla fuga e nacque la seconda repubblica.
La seconda repubblica cadde sui colpi dello stesso popolo. Con la seconda repubblica si votò "Luigi Napoleone Bonaparte" come capo, nipote di quel Napoleone Bonaparte. Della serie "tale zio, tale nipote" si autoproclamò re (Napolenoe III) e regnò col pugno di ferro per vent'anni. Beh, che dire? Il voto alla persona sbabliata non è poi un concetto così moderno. IL suo regno finì con la disfatta di Prussia del 1870.
A quel punto Napoleone III cadde, fu instituita la terza repubblica che durò fino al 1940, con l'invasione di Hitler durante la seconda guerra mondiale. Tra la fine di Napoleone III e Hitler fu un periodo lunghissimo e fondamentale perché è qui che si consolidano i partiti, i sindacati e la scuola pubblica laica. Tutti concetti Anche qui, si parla di politica di delega, dove il popolo vota coloro che devono sedere in parlamento, tramite il suffragio maschile.
Il resto d'Europa?
E mentre queste due potenze tracciavano la strada, il resto d'Europa rimaneva a guardare, ancora prigioniero di monarchie che non volevano mollare la presa. A parte l'inghilterra che perfezionava la democrazia e il dramma francese che ha portato ad una democrazia, seppur molto fragile, fino al 19esimo secolo, la monarchia era presente ovunque e spesso era il vero centro del potere.
Nonostante i mille difetti che Londra e Parigi potevano avere, furono l'ispirazione. Il popolo capì che la monarchia era l'oppressione e la democrazia la via per la libertà. L'1800, fu il secolo delle basi per il definitivo colpo di grazia. Cominciarono i primi mal di pancia e i primi tumulti. Le monarchie erano viste spesso come entità straniere di oppressione che dovevano essere cacciate via, per lasciare posto alla voce del popolo. In stati come l'Italia, Austria e Ungheria si cominciò a lottare per l'indipendenza contro i borboni e gli austro-ungarici per ottenere quell'indipendenza che tanto si voleva. Purtroppo il prezzo da pagare fu tanto sangue versato e in molti casi i tumulti portarono ad un grosso nulla di fatto.
Solo dopo la fine della prima guerra mondiale, una guerra assurda sia per come è scoppiata, per come è stata combattuta, le monarchie caddero una dopo l'altra. Una nuova restaurazione fu impossibile, visti i malesseri generali del popolo che non voleva più un uomo al comando che decideva per tutti. Il popolo voleva autodeterminarsi e camminare da solo. Finalmente si crearorono quegli stati indipendenti e quei parlamenti controllati dal popolo che tanto si desideravano.
La delega della discordia.
Una volta che la volontà d'Atene ebbe la sua vittoria definitiva (come la Volonta della "D" in One Piece), le grandi dittature di inizio XX secolo caddero e il dramma della seconda guerra mondiale finì, si ebbero democrazie e repubbliche e il popolo poteva finalmente pensare solo a gestire il proprio paese e vivere una vita felice, sapendo che poteva avere diritto di parola e di decisione. Pensiero nobile, realtà meno.
Il concetto di democrazia è un concetto davvero meraviglioso. L'idea che ogni cittadino abbia parità di diritti e doveri, nonchè diritto di parola e quell'opportunità di plasmare lo Stato come vuole, è qualcosa di bellissimo. Non c'è nulla di meglio che essere liberi e che la propria vioce venga ascoltata. Tuttavia, il mondo moderno aveva delle dinamiche che nel antichità non si avevano.
Ad Atene la gestione diretta del cittadino era semplice: erano in quattro gatti e ci si poteva riunire tutti insieme e discutere. Nel XX secolo, ogni nazione democratca contava milioni di persone. Provate voi a mettere insieme dieci, venti, cinquanta milioni di persone nello stesso luogo e lasciatele parlare. Punto primo, non esiste un luogo così grande, secondo quanto durerebbe un dibattito?
Quello che si fece fu prendere l'esempio inglese, quello del voto a suffragio (questa volta universale, non solo maschile) e votare delegati che rappresentino una parte dei cittadini e che ne faccia gli interessi.
A parte Francia ed Inghilterra, per il resto d'Europa il concetto di democrazia era del tutto nuovo. le nuove democrazie comincieranno a conoscere il concetto di rappresentanza, governo, mandato e via discorrendo. Qui nasce la figura del politico ed associazioni popolari chiamante "partiti" nie loro concetti moderni.
Il politico comincierà a diventare una professione, venendo rilette più e più volte, dando quella immagine di un lavoro a tempo pieno, traslando dal concetto originale di "servo della città". I partiti diventeranno strutture enormi che troveranno una ricchezza enorme tramite donazioni e finanziamenti pubblici.
Inoltre, il politico ed il partito scoprirà molto presto il concetto di "convincere qualcuno", ovvero gli elettori a farsi votare. Da quel momeno si comincierà a sviluppare ed affinare l'arte della "seduzione" in comizi pubblici dove il candidato si confronta con i cittadini, sia che siano favorevoli, sia che siano contrari. Ecco a voi la campagnia elettorale. Al termine della campagna elettorale, che si scoprirà essere un periodo caotico lungo mesi, si deciderà chi è stato il migliore "adulatore", tramite le elezione. Chi raggiunge la maggioranza vince e governa PER TUTTI.
L'essenza della politica.
Sembra un sistema infallibile. Sì, finché tutti fanno la loro parte. Quando una parte si dimentica di fare quello che deve fare, salta tutto. Esistono due enormi problemi con questo sistema apparentemente infallibile.
Questo sistema di deleghe ci ha portato a pensare che la politica sia un 'mondo a parte'. Ma se spogliamo la politica dai suoi palazzi e dai suoi termini complicati, quello che resta è un meccanismo che conosciamo tutti benissimo: un rapporto di lavoro.
Il primo problema è la delega stessa. Quello che si dice è la seguente barzelletta: il politico pensa solo ia propri interessi e non fa quello per cui è votato. Questo delegato può essere il parlamentare o il primo ministro. Verò, ci sono stati svariati casi di politici che hanno pensato al proprio tornaconto personale e non al benessere collettivo. La domanda che mi faccio ora è: come mai? Cioè, perché un delegato ha potuto fare quello che ha voluto?
Ed ecco che arriva il secondo problema. Quello che si pensa della politica è che la politica sia qualcosa di lontano, distaccato e irraggiungibile. Non è assolutamente così. La politica è delega, non potere assoluto.
Si deve assolutamente cambiare la visione della politica e guardarla per quello che è: un contratto di lavoro.
Ragionuamo insieme. Pensate di essere il presidente di una società e che abbiate bisogno di un amministratore delegato. Che cosa fate? Cercate le persone migliori, si fanno i vari colloqui, si valutano le persone e si sceglie il migliore. Una volta che l'amministratore delegato comincia a lavorare, deve fare quello per cui è stato nominato e il presiente controlla dall'alto il suo operato. Se l'AD fa bene, resta in carica, altrimenti viene cacciato via.
La politica e la stessa cosa. Noi siamo i capi (i presidenti) e ogni quattro anni scegliamo il partito (l'amministratore delegato) per gestire l'azienda (lo Stato). Il colloquio con i vari candidati è la campagna elettorale, il contratto è il programma politico e la nomina sono le elezioni. Una volta che il partito (l'AD) comincia a lavorare, i cittadini (quindi il presidente), devono controllare l'operato. Se alla fine della legislatura il partito ha fatto bene, si rivota, altrimenti avanti un altro.
Questo è la politica. Niente di più, niente di meno. Non ci devono essere campanilismi o prese di posizione a prescindere che impedisce di ragionare lucidamente ed oggettivamente riguardo al paese. La politica non è una partita di calcio dove se la propria quadra perde, non cambia nulla. Se il governo perde, perdiamo tutti. Bisogna solo analizzare i fatti ed essere spiritualmente ed intelletualmente maturi ed adulti nel dire "il partito che ho votato, secondo la mia idea di Stato, ha fallito! È ora di votare un altro". Solo con il controllo e con l'onesta intellettuale si possono raggiungere vette di grandezza mai viste!"
Questa è la libertà per cui i baroni inglesi hanno sfidato un Re, per cui i francesi sono saliti sulle barricate e per cui ad Atene si rischiava di essere chiamati idioti. Votare il candidato migliore per rendere lo Stato la versione migliore di se stesso, indipendentemente dal 'colore' o dalla provenienza.
Piccola riflessione finale.
Per tutta la storia abbiamo lottato, versato sangue, lacrime e sudore per avere la libertà di esprimere la nostra opinione e cambiare quello che non troviamo corretto o giusto nello Stato. È un diritto sacrosanto del cittadino far parte di quel dibattito pubblico che accresce tutti e migliora lo Stato come identità vivente molto complessa, fatta di sfumature di ogni colore.
In questi miei primi 35 anni ho visto l’azienda 'Stato' fare un buco nell'acqua dopo l’altro. Mi sono chiesto spesso di chi fosse la colpa. Oggi la risposta mi sembra chiara: sia di un amministratore delegato incapace, che resta al suo posto anche se fa male, e di Presidente della società che dorme, ignorando la mala fede dell'amministratore delegato ed ha smesso di guardare i bilanci.
Ci siamo arresi alla lotta. O meglio non abbiamo capito che ora la lotta non è con i forconi, ma con domande di richiesta assillanti. Abbiamo commesso l'errore di delegare più di quello che dovevamo delegare. Ora guardiamo passivi la politica, che ha preso un potere enorme, compiere drammi e disastri, chiedendoci perché nulla cambia. Il cambiamento dovrebbe arrivare dal capo, ovvero noi, i quali abbiamo dimenticato che il potere e il benessere dello Stato spetta a noi e solo a noi.
Smettiamola di trattare la politica come un tifo da stadio o come una divinità lontana. È un contratto. È lavoro. E se i risultati non arrivano, la responsabilità della prossima 'assunzione' è solo nostra. I padroni siamo noi. Torniamo in ufficio?"
M.












































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